Quel sabato mattina Giulio aveva delle
commissioni da fare. Doveva prendere una cesta/cuccia nuova per il suo amato
cane, un fox terrier, ed un cartone di scatolette, per lo stesso, che aveva
visto in offerta da ben quattro giorni. Martino invece era uscito presto perché
aveva litigato con la sua ragazza la sera prima. Non aveva nessuna voglia di
riprendere in mano quel discorso fin dalle prime ore del giorno, quindi pensò
di fare colazione al bar, aspettare che la sua bella si alzasse con comodo ed
andasse al lavoro, lui poi sarebbe tornato a casa a lavorare sul suo libro.
Giulio e Martino non si vedevano da almeno
quindici anni. Erano stati buoni amici nel periodo del liceo, ma la vita gli
aveva divisi. Tutti e due erano andati all’università in città diverse da
quella in cui erano nati. Nessuno dei due aveva trovato un lavoro decente, e di
certo non quello per cui avevano studiato. Martino era impiegato in un azienda
importante, ma tutto quello che faceva, per il più delle volte, erano
traduzioni dall’inglese all’italiano. Nulla di stimolante, ma a lui non
dispiaceva, gli restavano molte ore libere per scrivere. Viveva con una fidanzata,
che spesso e volentieri lo accusava di cose che lui non faceva e questa era la
sola cosa che minasse la sua tranquillità, però amava molto la sua Penelope.
Giulio tirava a campare con lavori saltuari e quando faceva fatica a pagare
l’affitto ci pensava la mamma a parargli il culo. Aveva convissuto per anni con
una donna un po’ pazza, come piaceva definirla lui. In verità la stranezza era
che per Veronica il sesso veniva prima di ogni cosa. Ninfomane, si dice. Lui
per un po’ resistette, ma quando il suo fisico cominciò a venire meno, la sua
bella lo lasciò e gli lasciò anche Bobo. Di tanto in tanto si ripresentava alla
sua porta, ma solo per sapere come stava il cane. A lui quella vita andava
bene, aveva una creatura da accudire e molto tempo libero per scrivere.
Martino usciva dal bar dove aveva fatto
colazione. Giulio era appena sceso dal tram e si avviava verso il supermercato.
I due si guardarono, sapevano entrambi di conoscersi, ma faticarono qualche secondo
per mettere in sincrono tutti i ricordi.
Poi fu Giulio il primo:
G) – Cazzo, cazzo, cazzo! Non ci credo,
Martino Di Battista. Che fine hai fatto? Sapevo che eri andato a vivere a
Milano?
M) – Giulio De Pisis, cazzone sfaticato. Si
la vita mi sbatte di qua e di la, ma diciamo che nella mia città mi trovo
meglio…
G) – Dimmi, che fai? Sposato, bambini,
lavoro ultra pagato?
M) – No, niente di tutto questo. Tu invece…
so dai vecchi compagni di scuola che ti sei sistemato.
G) – No, beh… ho convissuto per un po’, ci
abbiamo provato, ma sai, non sempre funziona…
M) – E’ una vita che non ci si vede, vero?
Che diavolo combini?
G) – Che vuoi che faccia. Vivo con Bobo…
M) – Ah, sei diventato gay… complimenti!
G) – No, anche se a volte ci ho pensato… ho
un cagnolino simpatico e cagone da accudire, ma per il resto, sai, me la vivo.
Scrivo di tanto in tanto…
M) – Giura? Davvero?
G) – Ne sei così sorpreso? Mi ricordavi come
un mentecatto?
M) – Oh, no non intendevo… il fatto è che
scrivo anch’io ed una cosa di cui non avevamo mai parlato. Sai sono quelle
passioni che incontri nella vita…
G) – Si. Capisco cosa vuoi dire. Anche per
me è nato tutto come un gioco. Per lo più scrivo racconti brevi, ma ora mi sto’
cimentando in un romanzo vero e proprio…
M) – Cazzo! Io sono allo stesso punto. Ho
scritto anch’io per anni racconti di tutti i tipi, poi, per lo più scrivo di
fantascienza e adesso sono su un manoscritto davvero intrigante…
G) – Cazzo, cazzo, cazzo! Io, scrivo di
fantascienza! È incredibile. Voglio assolutamente leggerlo quando sarà finito!
M) – Allora ce lo scambieremo e ogni uno
giudicherà l’altro. Che figata De Pisis. Il tuo di che parla?
G) – Per il momento l’ho intitolato T.M.D.,
è un acronimo, non so se sarà il titolo ufficiale…
M) – Che cazzo stai dicendo? …
G) – Cosa vuoi dire? …
M) – Che cazzo dici Giulio? Questo è il
titolo del mio libro. Non so che state architettando tu e Penelope, ma non è
uno scherzo simpatico.
G) – Non so chi sia Penelope…
M) – Ti ha dato una delle mie bozze vero?
Che puttana quella donna!
G) – Qual è il problema Martino, giuro che
non so di che parli. Il libro che sto’ scrivendo da almeno un anno è solo per
me, nessuno l’ha ancora letto…
M) – Si ma hai letto il mio però? Dimmi
buffone, l’acronimo è “Time Meter Dilator”?
G) – Hei? Tu a che cazzo di gioco stiamo
giocando?...
Martino partì con un destro ben piazzato e
Giulio si ritrovò riverso sul marciapiede. Qualche passante lo aiutò a
rialzarsi mentre Giulio se ne andava bestemmiando a passo deciso. Erano tutti e
due in preda a strani dilemmi. Perché dopo tanti anni uno avrebbe dovuto fare
uno scherzo così pesante all’altro, questo pensavano. Martino credeva che
Penelope avesse dato il manoscritto a Giulio. Giulio non capiva perché
Veronica, era l’unica che poteva entrare in casa, aveva ancora le chiavi,
avrebbe dovuto dare il suo racconto a Martino.
Alcuni giorni dopo Martino chiamò al
telefono Giulio:
M) – Hei cazzone?
G) – Martino? … Sei tu? Come mi hai trovato?
M) – Ho fatto un giro di vecchi amici in
Facebook e mi hanno dato il tuo numero. Senti…
G) – No! Senti tu stronzo. Non so che cavolo
vuoi e non so…
M) – Giulio, Giulio calmati. Mi spiace molto
per quel che è successo, ma sai io tengo al mio lavoro. È la prima volta nella
vita che mi sembra di fare qualcosa di buono e tu…
G) – Ed io?... Brutto stronzo. Adesso voglio
sapere perché hai il mio manoscritto?
M) – Senti, non ti so spiegare cosa sta
succedendo, io so solo che stiamo scrivendo lo stesso libro.
G) – Ma che cazzo dici?... non ha senso
quello che…
M) – Troviamoci! Scambiamoci i manoscritti.
Io ho fatto le mie verifiche ed ho pensato e ripensato a questa storia…
dobbiamo confrontarli!
Giulio non era molto convinto, ma dato che
l’appuntamento era per il sabato seguente, ci pensò su qualche giorno ancora ed
anche se la mascella gli doleva, aveva voglia di capire quello che c’era sotto,
quindi accettò l’incontro.
Si trovarono in un bar tranquillo sopra il
centro commerciale. Avevano a disposizione un intero pomeriggio, per scoprire
chi facesse cosa all’altro. Tennero sul tavolo le loro uniche e private copie,
ben chiuse in buste di plastica e cominciarono a verificare se ci fossero le
loro donne o i loro amici dietro a questa storia. Le loro reciproche signore
davano proprio l’impressione di cadere dalle nuvole quando venne detto loro
quello che avevano scoperto. Gli amici, quelli storici, erano o troppo pigri o
troppo poco intelligenti per architettare un simile trabocchetto e poi l’incontro
era davvero stato fortuito. Giulio non era nemmeno sicuro di scendere li col
tram la settimana precedente. Si fecero domande a vicenda, veloci e sincopate,
in modo da verificare se uno si tradisse sotto le sue stesse parole. Più
parlavano, più entrambi si convincevano che loro non centravano.
Poi a Giulio venne un’idea:
G) – Senti scemo?... forse è ora di tirare
fuori il materiale.
M) – E’ ovvio che saranno uguali, se uno li
ha copiati…
G) – Si, ma io ho scritto in settimana e
sono certo che nessuno ci ha messo le mani, perché l’ho portato al lavoro con
me.
M) – Anch’io ho aggiunto particolari in
questi giorni…
Con un colpo veloce delle braccia i ragazzi
si passarono i manoscritti. Ogn’uno diede un scorcio al lavoro dell’altro e tra
bestemmie e insulti ad un qualche fantomatico destino, si guardarono negli
occhi ed andarono direttamente alla fine. Entrambi si fecero cadere di
prepotenza sulle panchine dell’american bar come avvolti da un inspiegabile
torpore. Un misto di rabbia, tristezza e spossatezza.
G) – E’ ovvio che noi non c’entriamo Di
Battista. Questa è esattamente l’ultima cosa che ho scritto ieri sera.
M) – Quella è esattamente la stessa frase
che ho scritto io da dentro il mio letto prima di mettermi a dormire. Che cosa
sta succedendo Giulio?
G) – Non ne ho idea… ma inspiegabilmente
siamo sullo stesso progetto. Per qualche ragione stiamo scrivendo lo stesso
libro. Parole, frasi, accenti, perfino correzioni. Non ha senso…
M) – Ha qualcosa di soprannaturale… mi
spaventa questa cosa…
G) – Si, confesso che anch’io in questo
momento sono molto spaventato.
Non era restato altro da dire. Fuori dal bar
si salutarono e si abbracciarono come dei veterani di guerra. Come se avessero
attraversato chissà quale battaglia. Erano invecchiati di dieci anni in dieci
minuti. Nella settimana a venire nessuno trovò il coraggio di aggiungere una
sola virgola al loro romanzo. Si scambiarono delle mail e dei messaggini di
supposizioni. Ma nessuno portò a una qualche verità sull’argomento. Era una
situazione tanto triste e strana, assurda e incredibile che pensarono anche di
poterla confidare a qualcuno. Un giornale, un talk show. Ma chi ci avrebbe
creduto? Loro stessi dubitavano.
Giulio pensò che l’unico modo per capire
come sarebbe andata a finire, era finire il libro. Forse stava nella sua
stesura ultima la soluzione di quell’enigma. Perché anche se si fossero messi
assieme per ultimarlo, entrambi avrebbero pensato e scritto le stesse cose.
Quindi tanto valeva che ogn’uno nel suo piccolo della loro stanza arrivassero a
mettere un punto.
Entrambi si diedero malati. Tranne il giusto
tempo da passare in cucina e quello al bagno, il resto era tutto speso per T.M.D..
Il Time
Meter Dilator, questo il titolo o l’acronimo che sarebbe spiccato sulla
copertina del romanzo parlava di un siero. Un farmaco sperimentale. Un
dilatatore temporale. Lo scienziato che per una volta non era pazzo, lo aveva
creato per alleviare il dolore ad alcune persone. Ad esempio a quelle in stato
terminale. Il siero doveva servire per dilatare il tempo restante, così a
seconda della quantità iniettata, uno avrebbe avuto l’impressione di vivere
giorni, mesi o anni, anche se in verità potevano restargli poche ore di vita.
Ma sarebbe servito anche per altri scopi: per i detenuti ad esempio. In un
giorno una persona avrebbe creduto di aver passato vent’anni in galera e
convinto di aver scontato la pena sarebbe tornato nella società. La storia poi
si sarebbe ingarbugliata perché il siero rubato da un tecnico di laboratorio, ancora
in stato di sperimentazione avrebbe prodotto dei mostri. Come in tutti i
romanzi d’azione e/o di fantascienza, c’e l’eroe e l’eroina. Il buono e la
troia. La storia porta lontano come in un film di spionaggio, in Asia minore e
in America centrale, per ritornare in Europa. Chiude bene con un finale in cui
muoiono i cattivi. Come ovvio i buoni vivono copulando per il resto dei loro
giorni. Uno di quei romanzi che inevitabilmente può trasformarsi in una avvincente
serie tv.
Martino e Giulio si incontrarono a lavori
ultimati. Si diedero appuntamento al solito bar sopra il centro commerciale.
Verificarono i loro manoscritti e si misero a ridere come quando erano a scuola.
Erano identici!
G) – Hai già un manager, un procuratore?
M) – No, e chi ci capisce niente di queste
cose…
G) – Beh, credo dovremmo cercarne uno o
capire come farsi accettare da una casa editrice… io credo molto in questo
progetto…
M) – Tu? Io ci lavoro da anni. La mia
compagna non fa altro che dirmi che sono un buono a nulla… questo sarebbe
davvero un bello schiaffo morale per lei e per quelli del lavoro.
G) – Ti capisco bene. I tuoi anni passati
nell’ombra sono anche i miei. Sapevo che prima o poi avrei scritto qualcosa di
valore. Mia madre sarà finalmente fiera di me…
M) – Capisco cosa vuoi dire Giulio … quindi
allora cinquanta e cinquanta?
G) – Fifty-fifty! Cioè… insomma tu hai un
lavoro serio. Hai comunque uno stipendio sicuro e hai anche lo stipendio di
Penelope…
M) – Che vuoi dire De Pisis?
G) – Beh, dovremmo mettere in conto anche il
fatto che il libro non possa vendere molto, non subito, magari possono passare
degli anni…
M) – Hei stronzo. Ci ho buttato l’anima su
quel lavoro e tu lo sai bene…
G) – Si, si. Pensavo più una cosa come
sessanta e quaranta. Giusto per pararmi il culo, sai la crisi e tutto il resto…
M) – Giulio. Non ha senso quello che dici!
G) – Martino adesso non te la prendere. Sei
troppo irascibile.
M) – Questo è il mio libro! Io l’ho scritto,
non lo abbiamo scritto assieme, anche se per qualche inspiegabile ragione è
successo. Dividerlo con te è già una cosa contro la mia natura, ma capisco che
altrimenti non uscirebbe mai sul mercato.
G) – No, io voglio che esca. È troppo
importante per me!
M) – Allora mettitela via… d’accordo?
I giorni passarono e ogn’uno a modo loro
cercò con o senza internet di arrivare a capo di qualcosa. Le strade erano
molte per arrivare a pubblicare, qualcuno chiedeva dei soldi, altri volevano il
manoscritto su file, altri in cartaceo. Però Giulio e Martino credevano
fortemente nel loro lavoro e non si sarebbero arresi finché non avessero visto
il loro libro esposto in vetrina.
Oramai l’appuntamento del sabato al bar era
diventata una piacevole abitudine. Si parlava del libro, ma si rivangavano
anche aneddoti lontani nel tempo e la loro amicizia aveva ripreso a vivere. Di
tanto in tanto Giulio portava anche Bobo, ma a per lui la poltrona di casa e
qualche crocchetta era tutto il mondo che voleva. A volte organizzavano delle
cene a casa di Martino. Giulio conobbe Penelope e la sua deliziosa cucina.
Qualche volta partecipò anche Veronica. Insomma la vita come dovrebbe essere.
Alla fine il libro vide la luce per una casa
editrice molto famosa. La copertina era come l’avevano desiderata. Il resto no.
(primo
finale)
Quando fu il momento di decidere quale fosse
il nome che per primo doveva apparire sulla copertina i nostri ricominciarono a
litigare. Per ordine alfabetico non andò bene. Non andò bene per anzianità e
nemmeno se comparivano entrambi su una stessa riga. Comunque si legge da
sinistra a destra ed uno per forza di cose deve apparire primo. Fecero decidere
alle loro ragazze, che adesso avevano imparato a voler bene ai loro uomini, ma
anche in questo caso non trovarono un accordo. Tornarono a discutere sul
cinquanta e cinquanta e sugli aspetti legali del contratto con la casa
editrice. Ma nulla cambiò fino a quando una sera tornando dal solito bar,
Giulio ruppe in testa a Martino una bottiglia di vino acquistata per la cena e
Martino prendendo per il bavero Giulio, si scaraventarono reciprocamente giù da
un ponte. Li ritrovarono solo sue giorni dopo incastrati alla foce del fiume
dentro grosse reti da pesca in disuso. Le loro compagne passati un paio di
giorni chiamarono la casa editrice per spiegare loro cosa fosse accaduto. Il
libro uscì, e in giro di un anno ne fecero un film di grande successo e come
previsto, anche una serie televisiva. Il romanzo portava il nome delle ragazze.
Loro un accordo lo trovarono e come nel libro vissero ricche, felici e
contente.
(secondo
finale)
Il libro era stato dato alle stampe e i
ragazzi erano molto felici. Il clima familiare si era rinsaldato e i quattro si
trovavano spesso a cena assieme per ridere e scherzare, a volte ci scappò anche
uno scambio di coppia. Ma solo quando Martino andò dal medico per farsi
togliere un piccolo neo alla base della nuca che scoprì di possedere un
impianto. Il medico glielo tolse non senza difficoltà. Si trattava di un
piccolo cilindro metallico della lunghezza approssimativa di mezzo centimetro.
Martino lo portò a casa quella sera dentro una piccola scatola di plastica. Il
medico non ne volle sapere nulla, anzi, chiese esplicitamente di non tornare
più nel suo studio. Giulio, Penelope e Veronica non sapevano cosa pensare. Quel
piccolo tubicino non si poteva aprire in alcun modo o far fare una radiografia
senza scatenare inutili o ambigue discussioni. Passarono altri due giorni
quando Veronica si accorse che anche Giulio aveva un piccolo bozzo alla base
del collo. Giulio il giorno seguente si precipitò dal medico di Martino, e dopo
aver discusso e quasi litigato per una mezz’ora, il dottore acconsentì a
trattare anche lui, con la promessa che questa volta fosse davvero l’ultima!
I ragazzi si trovarono a casa di Martino
ancora una volta. Gli impianti erano gli stessi. Lunghezza e colore. Chi poteva
essere stato? Era ovvio che li non c’erano nati, non erano organici. Ufo?
Servizi segreti? Che potevano fare? A chi dirlo? Se erano alieni potevano anche
ritrovarsi a vivere per il resto dei loro giorni su Saturno e se erano agenzie
di Intelligence forse potevano essere arrestati. Erano sicuramente cavie per
qualche tipo di esperimento, ma quale?
Penelope ebbe un’intuizione. Diede hai
ragazzi un pezzo di carta ed una penna, dicendo loro di scrivere una qualsiasi
cosa, ma che avesse una valenza di racconto, una cosa artistica. Ciò che ne
uscì erano due distinte e originali storielle. La loro sincronia si era
conclusa.
Il libro vendette molto, un anno dopo ne
fecero un film ed una, come sperato, lunga serie televisiva. Fu chiesto loro da
diverse case editrici di tornare a scrivere o di pubblicare anche piccoli
racconti. Una volta visionato il materiale però il contenuto non aveva lo
spirito o la bellezza stilistica del loro primo lavoro. Non tornarono mai più a
pubblicare. La vena artistica si era prosciugata. Martino maledì il giorno che
decise di farsi togliere l’impianto, Giulio tornò a vivere col suo amato Bobo.
(terzo finale)
Nel giro di sei mesi dall’uscita del libro
cominciarono ad arrivare un sacco di soldi. Sia Martino che Giulio si
licenziarono e decisero di vivere solo di scrittura. Comperarono un cascinale
in campagna e vi andarono a vivere con le loro ragazze. Avevano capito che
questo strano dono non doveva essere sprecato, così vivendo assieme, potevano
senza indugio progettare altri romanzi. Penelope e Veronica riscoprirono la
natura. E mentre Bobo correva su e giù cacciando gatti e affini, le ragazze si
dedicavano all’orto ed alla creta, realizzando piccoli e deliziosi vasi di
terracotta. Una volta al mese invitavano gli amici a far loro compagnia per un
giorno e le feste che organizzavano riempivano le loro menti e i loro cuori di
una felicità mai sperimentata prima. I giorni ed i mesi passarono e dopo il
libro usci anche un film prodotto negli Stati Uniti, con attori famosi. Qualche
importante manager della tv si fece avanti per chiedere loro se volessero
scrivere copioni per una serie televisiva. Insomma tutto era davvero come
vivere un sogno.
E fu proprio un sogno che fece precipitare
tutto.
Una mattina d’agosto verso le quattro,
Martino e Giulio si ritrovarono in cucina. Erano sudati e spaventati, avevano
entrambi fatto lo stesso sogno, anzi, lo stesso incubo. Non dissero niente alle
loro donne, ma ne parlarono tra loro per dei giorni. L’incubo non era tanto
terrificante, quanto una specie di premonizione. Alla fine loro sarebbero
morti. Mano a mano che i giorni passavano si resero sempre più conto che non
solo quello che scrivevano viveva di uno strano sincronismo, ma anche quello
che dicevano. Se una persona faceva una domanda a Giulio a volte rispondeva
Martino e viceversa. Il dramma cominciò davvero, quando iniziarono a rispondere
in coro a tutto quello che gli veniva chiesto. Non riuscirono più a dormire con
le loro ragazze. Avevano bisogno di condividere l’onirico. I sogni erano
uguali. Gli appetiti erano uguali. I pensieri ed ovviamente anche le parole
erano diventate una cosa sola. La sera che Giulio decise, scacciando Penelope
dal letto, di dormire con Martino fece si che le loro mani al mattino seguente
si fossero fuse. Le donne erano spaventate oltre misura, tanto che decisero di
tornare in città. Pensavano forse si trattasse di una qualche forma di
malattia. Ma le loro menti semplici non riuscivano a comprendere che una
qualche cosa di soprannaturale si stava verificando. I ragazzi di contro non erano
tanto sconvolti. Il loro sogno premonitore si stava avverando. Nel giro del
giorno successivo si erano fusi fino al gomito ed il processo continuava.
Mentre tutto attorno sembrava sereno, il libro era diventato un best seller
assoluto, le telefonate arrivavano copiose, Martino e Giulio si stavano
lentamente ma inesorabilmente fondendo in un unico essere. Alla fine del
processo una sola entità aveva preso il loro posto. Una metamorfosi incredibile
ed indolore, li aveva trasformati. Adesso Martino/Giulio o Giulio/Martino
avevano finalmente trovato un compromesso per tutto. Quando si sentirono pronti
andarono in città per incontrare le loro donne. Si trovarono tutti e tre in
quel preciso bar sopra il centro commerciale.
Le ragazze non capivano cosa fosse accaduto,
erano spaventate, ma sapevano in cuor loro che quella persona di fronte, erano
i loro uomini. Martino/Giulio o Giulio/Martino aveva un occhio di un colore
diverso dall’altro. Una mano era curata, l’altra era morsicata e senza unghie.
Il braccio destro era un po’ più lungo e massiccio dell’altro, un orecchio
aveva il lobo e l’altro no. Oltre a questo nessuno avrebbe detto che si
trattasse di una fusione. Era in tutto e per tutto una sola entità. Parlarono
per ore e cercarono di capire cosa fosse successo e ovviamente il da farsi. Per
la legge Martino e Giulio erano morti, come nell’incubo. Ma al loro posto vi
era un essere che era nato adulto solo da pochi giorni. Il fare sesso per i
tre, non sarebbe stato un problema, forse nemmeno avere dei figli. Ma era
evidente che questa persona doveva in qualche modo essere registrata ad un
comune, ad una società. Se volevano continuare a scrivere libri e ad avere una
vita sociale, dovevano pensare a come presentare questo essere. Un nome nuovo,
una nuova identità.
Tornarono tutti al cascinale a studiare
nuove strategie.
Il mattino seguente appena svegli però, una
nuova sorpresa era li ad attenderli. Il piede destro e la mano sinistra di
Giulio/Martino o Martino/Giulio non c’erano più. Quel nuovo essere non aveva
terminato il suo processo come credevano tutti. Nel giro di tre giorni e due
notti, quel neo/uomo letteralmente implose su se stesso. Non una goccia di
sangue, non un lieve dolore. Quello che si pensava fosse una metamorfosi in
verità si tradusse in una vera e propria disgregazione. Veronica e Penelope
simularono una presunta morte. Diedero fuoco a tutta la casa e se ne tornarono
in città senza essere viste da nessuno. I giornali e le tv diedero la tragica
notizia. Una lunga fila di persone e due bare, anche se vuote, furono portate
in processione.
Bridget Trevor II