venerdì 20 marzo 2015

T.M.D.

Quel sabato mattina Giulio aveva delle commissioni da fare. Doveva prendere una cesta/cuccia nuova per il suo amato cane, un fox terrier, ed un cartone di scatolette, per lo stesso, che aveva visto in offerta da ben quattro giorni. Martino invece era uscito presto perché aveva litigato con la sua ragazza la sera prima. Non aveva nessuna voglia di riprendere in mano quel discorso fin dalle prime ore del giorno, quindi pensò di fare colazione al bar, aspettare che la sua bella si alzasse con comodo ed andasse al lavoro, lui poi sarebbe tornato a casa a lavorare sul suo libro.
Giulio e Martino non si vedevano da almeno quindici anni. Erano stati buoni amici nel periodo del liceo, ma la vita gli aveva divisi. Tutti e due erano andati all’università in città diverse da quella in cui erano nati. Nessuno dei due aveva trovato un lavoro decente, e di certo non quello per cui avevano studiato. Martino era impiegato in un azienda importante, ma tutto quello che faceva, per il più delle volte, erano traduzioni dall’inglese all’italiano. Nulla di stimolante, ma a lui non dispiaceva, gli restavano molte ore libere per scrivere. Viveva con una fidanzata, che spesso e volentieri lo accusava di cose che lui non faceva e questa era la sola cosa che minasse la sua tranquillità, però amava molto la sua Penelope. Giulio tirava a campare con lavori saltuari e quando faceva fatica a pagare l’affitto ci pensava la mamma a parargli il culo. Aveva convissuto per anni con una donna un po’ pazza, come piaceva definirla lui. In verità la stranezza era che per Veronica il sesso veniva prima di ogni cosa. Ninfomane, si dice. Lui per un po’ resistette, ma quando il suo fisico cominciò a venire meno, la sua bella lo lasciò e gli lasciò anche Bobo. Di tanto in tanto si ripresentava alla sua porta, ma solo per sapere come stava il cane. A lui quella vita andava bene, aveva una creatura da accudire e molto tempo libero per scrivere.
Martino usciva dal bar dove aveva fatto colazione. Giulio era appena sceso dal tram e si avviava verso il supermercato. I due si guardarono, sapevano entrambi di conoscersi, ma faticarono qualche secondo per mettere in sincrono tutti i ricordi.
Poi fu Giulio il primo:
G) – Cazzo, cazzo, cazzo! Non ci credo, Martino Di Battista. Che fine hai fatto? Sapevo che eri andato a vivere a Milano?
M) – Giulio De Pisis, cazzone sfaticato. Si la vita mi sbatte di qua e di la, ma diciamo che nella mia città mi trovo meglio…
G) – Dimmi, che fai? Sposato, bambini, lavoro ultra pagato?
M) – No, niente di tutto questo. Tu invece… so dai vecchi compagni di scuola che ti sei sistemato.
G) – No, beh… ho convissuto per un po’, ci abbiamo provato, ma sai, non sempre funziona…
M) – E’ una vita che non ci si vede, vero? Che diavolo combini?
G) – Che vuoi che faccia. Vivo con Bobo…
M) – Ah, sei diventato gay… complimenti!
G) – No, anche se a volte ci ho pensato… ho un cagnolino simpatico e cagone da accudire, ma per il resto, sai, me la vivo. Scrivo di tanto in tanto…
M) – Giura? Davvero?
G) – Ne sei così sorpreso? Mi ricordavi come un mentecatto?
M) – Oh, no non intendevo… il fatto è che scrivo anch’io ed una cosa di cui non avevamo mai parlato. Sai sono quelle passioni che incontri nella vita…
G) – Si. Capisco cosa vuoi dire. Anche per me è nato tutto come un gioco. Per lo più scrivo racconti brevi, ma ora mi sto’ cimentando in un romanzo vero e proprio…
M) – Cazzo! Io sono allo stesso punto. Ho scritto anch’io per anni racconti di tutti i tipi, poi, per lo più scrivo di fantascienza e adesso sono su un manoscritto davvero intrigante…
G) – Cazzo, cazzo, cazzo! Io, scrivo di fantascienza! È incredibile. Voglio assolutamente leggerlo quando sarà finito!
M) – Allora ce lo scambieremo e ogni uno giudicherà l’altro. Che figata De Pisis. Il tuo di che parla?
G) – Per il momento l’ho intitolato T.M.D., è un acronimo, non so se sarà il titolo ufficiale…
M) – Che cazzo stai dicendo? …
G) – Cosa vuoi dire? …
M) – Che cazzo dici Giulio? Questo è il titolo del mio libro. Non so che state architettando tu e Penelope, ma non è uno scherzo simpatico.
G) – Non so chi sia Penelope…
M) – Ti ha dato una delle mie bozze vero? Che puttana quella donna!
G) – Qual è il problema Martino, giuro che non so di che parli. Il libro che sto’ scrivendo da almeno un anno è solo per me, nessuno l’ha ancora letto…
M) – Si ma hai letto il mio però? Dimmi buffone, l’acronimo è “Time Meter Dilator”?
G) – Hei? Tu a che cazzo di gioco stiamo giocando?...

Martino partì con un destro ben piazzato e Giulio si ritrovò riverso sul marciapiede. Qualche passante lo aiutò a rialzarsi mentre Giulio se ne andava bestemmiando a passo deciso. Erano tutti e due in preda a strani dilemmi. Perché dopo tanti anni uno avrebbe dovuto fare uno scherzo così pesante all’altro, questo pensavano. Martino credeva che Penelope avesse dato il manoscritto a Giulio. Giulio non capiva perché Veronica, era l’unica che poteva entrare in casa, aveva ancora le chiavi, avrebbe dovuto dare il suo racconto a Martino.
Alcuni giorni dopo Martino chiamò al telefono Giulio:
M) – Hei cazzone?
G) – Martino? … Sei tu? Come mi hai trovato?
M) – Ho fatto un giro di vecchi amici in Facebook e mi hanno dato il tuo numero. Senti…
G) – No! Senti tu stronzo. Non so che cavolo vuoi e non so…
M) – Giulio, Giulio calmati. Mi spiace molto per quel che è successo, ma sai io tengo al mio lavoro. È la prima volta nella vita che mi sembra di fare qualcosa di buono e tu…
G) – Ed io?... Brutto stronzo. Adesso voglio sapere perché hai il mio manoscritto?
M) – Senti, non ti so spiegare cosa sta succedendo, io so solo che stiamo scrivendo lo stesso libro.
G) – Ma che cazzo dici?... non ha senso quello che…
M) – Troviamoci! Scambiamoci i manoscritti. Io ho fatto le mie verifiche ed ho pensato e ripensato a questa storia… dobbiamo confrontarli!

Giulio non era molto convinto, ma dato che l’appuntamento era per il sabato seguente, ci pensò su qualche giorno ancora ed anche se la mascella gli doleva, aveva voglia di capire quello che c’era sotto, quindi accettò l’incontro.
Si trovarono in un bar tranquillo sopra il centro commerciale. Avevano a disposizione un intero pomeriggio, per scoprire chi facesse cosa all’altro. Tennero sul tavolo le loro uniche e private copie, ben chiuse in buste di plastica e cominciarono a verificare se ci fossero le loro donne o i loro amici dietro a questa storia. Le loro reciproche signore davano proprio l’impressione di cadere dalle nuvole quando venne detto loro quello che avevano scoperto. Gli amici, quelli storici, erano o troppo pigri o troppo poco intelligenti per architettare un simile trabocchetto e poi l’incontro era davvero stato fortuito. Giulio non era nemmeno sicuro di scendere li col tram la settimana precedente. Si fecero domande a vicenda, veloci e sincopate, in modo da verificare se uno si tradisse sotto le sue stesse parole. Più parlavano, più entrambi si convincevano che loro non centravano.
Poi a Giulio venne un’idea:
G) – Senti scemo?... forse è ora di tirare fuori il materiale.
M) – E’ ovvio che saranno uguali, se uno li ha copiati…
G) – Si, ma io ho scritto in settimana e sono certo che nessuno ci ha messo le mani, perché l’ho portato al lavoro con me.
M) – Anch’io ho aggiunto particolari in questi giorni…

Con un colpo veloce delle braccia i ragazzi si passarono i manoscritti. Ogn’uno diede un scorcio al lavoro dell’altro e tra bestemmie e insulti ad un qualche fantomatico destino, si guardarono negli occhi ed andarono direttamente alla fine. Entrambi si fecero cadere di prepotenza sulle panchine dell’american bar come avvolti da un inspiegabile torpore. Un misto di rabbia, tristezza e spossatezza.

G) – E’ ovvio che noi non c’entriamo Di Battista. Questa è esattamente l’ultima cosa che ho scritto ieri sera.
M) – Quella è esattamente la stessa frase che ho scritto io da dentro il mio letto prima di mettermi a dormire. Che cosa sta succedendo Giulio?
G) – Non ne ho idea… ma inspiegabilmente siamo sullo stesso progetto. Per qualche ragione stiamo scrivendo lo stesso libro. Parole, frasi, accenti, perfino correzioni. Non ha senso…
M) – Ha qualcosa di soprannaturale… mi spaventa questa cosa…
G) – Si, confesso che anch’io in questo momento sono molto spaventato.

Non era restato altro da dire. Fuori dal bar si salutarono e si abbracciarono come dei veterani di guerra. Come se avessero attraversato chissà quale battaglia. Erano invecchiati di dieci anni in dieci minuti. Nella settimana a venire nessuno trovò il coraggio di aggiungere una sola virgola al loro romanzo. Si scambiarono delle mail e dei messaggini di supposizioni. Ma nessuno portò a una qualche verità sull’argomento. Era una situazione tanto triste e strana, assurda e incredibile che pensarono anche di poterla confidare a qualcuno. Un giornale, un talk show. Ma chi ci avrebbe creduto? Loro stessi dubitavano.
Giulio pensò che l’unico modo per capire come sarebbe andata a finire, era finire il libro. Forse stava nella sua stesura ultima la soluzione di quell’enigma. Perché anche se si fossero messi assieme per ultimarlo, entrambi avrebbero pensato e scritto le stesse cose. Quindi tanto valeva che ogn’uno nel suo piccolo della loro stanza arrivassero a mettere un punto.
Entrambi si diedero malati. Tranne il giusto tempo da passare in cucina e quello al bagno, il resto era tutto speso per T.M.D..

Il Time Meter Dilator, questo il titolo o l’acronimo che sarebbe spiccato sulla copertina del romanzo parlava di un siero. Un farmaco sperimentale. Un dilatatore temporale. Lo scienziato che per una volta non era pazzo, lo aveva creato per alleviare il dolore ad alcune persone. Ad esempio a quelle in stato terminale. Il siero doveva servire per dilatare il tempo restante, così a seconda della quantità iniettata, uno avrebbe avuto l’impressione di vivere giorni, mesi o anni, anche se in verità potevano restargli poche ore di vita. Ma sarebbe servito anche per altri scopi: per i detenuti ad esempio. In un giorno una persona avrebbe creduto di aver passato vent’anni in galera e convinto di aver scontato la pena sarebbe tornato nella società. La storia poi si sarebbe ingarbugliata perché il siero rubato da un tecnico di laboratorio, ancora in stato di sperimentazione avrebbe prodotto dei mostri. Come in tutti i romanzi d’azione e/o di fantascienza, c’e l’eroe e l’eroina. Il buono e la troia. La storia porta lontano come in un film di spionaggio, in Asia minore e in America centrale, per ritornare in Europa. Chiude bene con un finale in cui muoiono i cattivi. Come ovvio i buoni vivono copulando per il resto dei loro giorni. Uno di quei romanzi che inevitabilmente può trasformarsi in una avvincente serie tv.

Martino e Giulio si incontrarono a lavori ultimati. Si diedero appuntamento al solito bar sopra il centro commerciale. Verificarono i loro manoscritti e si misero a ridere come quando erano a scuola.
Erano identici!
G) – Hai già un manager, un procuratore?
M) – No, e chi ci capisce niente di queste cose…
G) – Beh, credo dovremmo cercarne uno o capire come farsi accettare da una casa editrice… io credo molto in questo progetto…
M) – Tu? Io ci lavoro da anni. La mia compagna non fa altro che dirmi che sono un buono a nulla… questo sarebbe davvero un bello schiaffo morale per lei e per quelli del lavoro.
G) – Ti capisco bene. I tuoi anni passati nell’ombra sono anche i miei. Sapevo che prima o poi avrei scritto qualcosa di valore. Mia madre sarà finalmente fiera di me…
M) – Capisco cosa vuoi dire Giulio … quindi allora cinquanta e cinquanta?
G) – Fifty-fifty! Cioè… insomma tu hai un lavoro serio. Hai comunque uno stipendio sicuro e hai anche lo stipendio di Penelope…
M) – Che vuoi dire De Pisis?
G) – Beh, dovremmo mettere in conto anche il fatto che il libro non possa vendere molto, non subito, magari possono passare degli anni…
M) – Hei stronzo. Ci ho buttato l’anima su quel lavoro e tu lo sai bene…
G) – Si, si. Pensavo più una cosa come sessanta e quaranta. Giusto per pararmi il culo, sai la crisi e tutto il resto…
M) – Giulio. Non ha senso quello che dici!
G) – Martino adesso non te la prendere. Sei troppo irascibile.
M) – Questo è il mio libro! Io l’ho scritto, non lo abbiamo scritto assieme, anche se per qualche inspiegabile ragione è successo. Dividerlo con te è già una cosa contro la mia natura, ma capisco che altrimenti non uscirebbe mai sul mercato.
G) – No, io voglio che esca. È troppo importante per me!
M) – Allora mettitela via… d’accordo?

I giorni passarono e ogn’uno a modo loro cercò con o senza internet di arrivare a capo di qualcosa. Le strade erano molte per arrivare a pubblicare, qualcuno chiedeva dei soldi, altri volevano il manoscritto su file, altri in cartaceo. Però Giulio e Martino credevano fortemente nel loro lavoro e non si sarebbero arresi finché non avessero visto il loro libro esposto in vetrina.
Oramai l’appuntamento del sabato al bar era diventata una piacevole abitudine. Si parlava del libro, ma si rivangavano anche aneddoti lontani nel tempo e la loro amicizia aveva ripreso a vivere. Di tanto in tanto Giulio portava anche Bobo, ma a per lui la poltrona di casa e qualche crocchetta era tutto il mondo che voleva. A volte organizzavano delle cene a casa di Martino. Giulio conobbe Penelope e la sua deliziosa cucina. Qualche volta partecipò anche Veronica. Insomma la vita come dovrebbe essere.
Alla fine il libro vide la luce per una casa editrice molto famosa. La copertina era come l’avevano desiderata. Il resto no.

(primo finale)


Quando fu il momento di decidere quale fosse il nome che per primo doveva apparire sulla copertina i nostri ricominciarono a litigare. Per ordine alfabetico non andò bene. Non andò bene per anzianità e nemmeno se comparivano entrambi su una stessa riga. Comunque si legge da sinistra a destra ed uno per forza di cose deve apparire primo. Fecero decidere alle loro ragazze, che adesso avevano imparato a voler bene ai loro uomini, ma anche in questo caso non trovarono un accordo. Tornarono a discutere sul cinquanta e cinquanta e sugli aspetti legali del contratto con la casa editrice. Ma nulla cambiò fino a quando una sera tornando dal solito bar, Giulio ruppe in testa a Martino una bottiglia di vino acquistata per la cena e Martino prendendo per il bavero Giulio, si scaraventarono reciprocamente giù da un ponte. Li ritrovarono solo sue giorni dopo incastrati alla foce del fiume dentro grosse reti da pesca in disuso. Le loro compagne passati un paio di giorni chiamarono la casa editrice per spiegare loro cosa fosse accaduto. Il libro uscì, e in giro di un anno ne fecero un film di grande successo e come previsto, anche una serie televisiva. Il romanzo portava il nome delle ragazze. Loro un accordo lo trovarono e come nel libro vissero ricche, felici e contente.

(secondo finale)

Il libro era stato dato alle stampe e i ragazzi erano molto felici. Il clima familiare si era rinsaldato e i quattro si trovavano spesso a cena assieme per ridere e scherzare, a volte ci scappò anche uno scambio di coppia. Ma solo quando Martino andò dal medico per farsi togliere un piccolo neo alla base della nuca che scoprì di possedere un impianto. Il medico glielo tolse non senza difficoltà. Si trattava di un piccolo cilindro metallico della lunghezza approssimativa di mezzo centimetro. Martino lo portò a casa quella sera dentro una piccola scatola di plastica. Il medico non ne volle sapere nulla, anzi, chiese esplicitamente di non tornare più nel suo studio. Giulio, Penelope e Veronica non sapevano cosa pensare. Quel piccolo tubicino non si poteva aprire in alcun modo o far fare una radiografia senza scatenare inutili o ambigue discussioni. Passarono altri due giorni quando Veronica si accorse che anche Giulio aveva un piccolo bozzo alla base del collo. Giulio il giorno seguente si precipitò dal medico di Martino, e dopo aver discusso e quasi litigato per una mezz’ora, il dottore acconsentì a trattare anche lui, con la promessa che questa volta fosse davvero l’ultima!
I ragazzi si trovarono a casa di Martino ancora una volta. Gli impianti erano gli stessi. Lunghezza e colore. Chi poteva essere stato? Era ovvio che li non c’erano nati, non erano organici. Ufo? Servizi segreti? Che potevano fare? A chi dirlo? Se erano alieni potevano anche ritrovarsi a vivere per il resto dei loro giorni su Saturno e se erano agenzie di Intelligence forse potevano essere arrestati. Erano sicuramente cavie per qualche tipo di esperimento, ma quale?
Penelope ebbe un’intuizione. Diede hai ragazzi un pezzo di carta ed una penna, dicendo loro di scrivere una qualsiasi cosa, ma che avesse una valenza di racconto, una cosa artistica. Ciò che ne uscì erano due distinte e originali storielle. La loro sincronia si era conclusa.
Il libro vendette molto, un anno dopo ne fecero un film ed una, come sperato, lunga serie televisiva. Fu chiesto loro da diverse case editrici di tornare a scrivere o di pubblicare anche piccoli racconti. Una volta visionato il materiale però il contenuto non aveva lo spirito o la bellezza stilistica del loro primo lavoro. Non tornarono mai più a pubblicare. La vena artistica si era prosciugata. Martino maledì il giorno che decise di farsi togliere l’impianto, Giulio tornò a vivere col suo amato Bobo.

(terzo finale)

Nel giro di sei mesi dall’uscita del libro cominciarono ad arrivare un sacco di soldi. Sia Martino che Giulio si licenziarono e decisero di vivere solo di scrittura. Comperarono un cascinale in campagna e vi andarono a vivere con le loro ragazze. Avevano capito che questo strano dono non doveva essere sprecato, così vivendo assieme, potevano senza indugio progettare altri romanzi. Penelope e Veronica riscoprirono la natura. E mentre Bobo correva su e giù cacciando gatti e affini, le ragazze si dedicavano all’orto ed alla creta, realizzando piccoli e deliziosi vasi di terracotta. Una volta al mese invitavano gli amici a far loro compagnia per un giorno e le feste che organizzavano riempivano le loro menti e i loro cuori di una felicità mai sperimentata prima. I giorni ed i mesi passarono e dopo il libro usci anche un film prodotto negli Stati Uniti, con attori famosi. Qualche importante manager della tv si fece avanti per chiedere loro se volessero scrivere copioni per una serie televisiva. Insomma tutto era davvero come vivere un sogno.
E fu proprio un sogno che fece precipitare tutto.
Una mattina d’agosto verso le quattro, Martino e Giulio si ritrovarono in cucina. Erano sudati e spaventati, avevano entrambi fatto lo stesso sogno, anzi, lo stesso incubo. Non dissero niente alle loro donne, ma ne parlarono tra loro per dei giorni. L’incubo non era tanto terrificante, quanto una specie di premonizione. Alla fine loro sarebbero morti. Mano a mano che i giorni passavano si resero sempre più conto che non solo quello che scrivevano viveva di uno strano sincronismo, ma anche quello che dicevano. Se una persona faceva una domanda a Giulio a volte rispondeva Martino e viceversa. Il dramma cominciò davvero, quando iniziarono a rispondere in coro a tutto quello che gli veniva chiesto. Non riuscirono più a dormire con le loro ragazze. Avevano bisogno di condividere l’onirico. I sogni erano uguali. Gli appetiti erano uguali. I pensieri ed ovviamente anche le parole erano diventate una cosa sola. La sera che Giulio decise, scacciando Penelope dal letto, di dormire con Martino fece si che le loro mani al mattino seguente si fossero fuse. Le donne erano spaventate oltre misura, tanto che decisero di tornare in città. Pensavano forse si trattasse di una qualche forma di malattia. Ma le loro menti semplici non riuscivano a comprendere che una qualche cosa di soprannaturale si stava verificando. I ragazzi di contro non erano tanto sconvolti. Il loro sogno premonitore si stava avverando. Nel giro del giorno successivo si erano fusi fino al gomito ed il processo continuava. Mentre tutto attorno sembrava sereno, il libro era diventato un best seller assoluto, le telefonate arrivavano copiose, Martino e Giulio si stavano lentamente ma inesorabilmente fondendo in un unico essere. Alla fine del processo una sola entità aveva preso il loro posto. Una metamorfosi incredibile ed indolore, li aveva trasformati. Adesso Martino/Giulio o Giulio/Martino avevano finalmente trovato un compromesso per tutto. Quando si sentirono pronti andarono in città per incontrare le loro donne. Si trovarono tutti e tre in quel preciso bar sopra il centro commerciale.
Le ragazze non capivano cosa fosse accaduto, erano spaventate, ma sapevano in cuor loro che quella persona di fronte, erano i loro uomini. Martino/Giulio o Giulio/Martino aveva un occhio di un colore diverso dall’altro. Una mano era curata, l’altra era morsicata e senza unghie. Il braccio destro era un po’ più lungo e massiccio dell’altro, un orecchio aveva il lobo e l’altro no. Oltre a questo nessuno avrebbe detto che si trattasse di una fusione. Era in tutto e per tutto una sola entità. Parlarono per ore e cercarono di capire cosa fosse successo e ovviamente il da farsi. Per la legge Martino e Giulio erano morti, come nell’incubo. Ma al loro posto vi era un essere che era nato adulto solo da pochi giorni. Il fare sesso per i tre, non sarebbe stato un problema, forse nemmeno avere dei figli. Ma era evidente che questa persona doveva in qualche modo essere registrata ad un comune, ad una società. Se volevano continuare a scrivere libri e ad avere una vita sociale, dovevano pensare a come presentare questo essere. Un nome nuovo, una nuova identità.
Tornarono tutti al cascinale a studiare nuove strategie.

Il mattino seguente appena svegli però, una nuova sorpresa era li ad attenderli. Il piede destro e la mano sinistra di Giulio/Martino o Martino/Giulio non c’erano più. Quel nuovo essere non aveva terminato il suo processo come credevano tutti. Nel giro di tre giorni e due notti, quel neo/uomo letteralmente implose su se stesso. Non una goccia di sangue, non un lieve dolore. Quello che si pensava fosse una metamorfosi in verità si tradusse in una vera e propria disgregazione. Veronica e Penelope simularono una presunta morte. Diedero fuoco a tutta la casa e se ne tornarono in città senza essere viste da nessuno. I giornali e le tv diedero la tragica notizia. Una lunga fila di persone e due bare, anche se vuote, furono portate in processione.


Bridget Trevor II