lunedì 28 dicembre 2020

Tiere di Friûl 6 - Chi semina vento raccoglie bronchiti

Crovat si sentì tirare la giacca e si girò istintivamente gridando, poco mancò che facesse un colpo quando si trovò di fronte una donna scarmigliata, con gli occhi fuori dalle orbite.

Non ci fu bisogno di presentazioni: i capelli biondastri e le iridi blu parlavano chiaro: era una dei Feniloni, gli abitanti della contrada al di là del Chiarsò, gli incestuosi, e con tutte le evidenze gli unici sopravvissuti.

Il frastuono del fiume aveva coperto i suoi passi, se passi si voleva chiamarli, dal momento che la povera disgraziata si reggeva a malapena in piedi, arrivare su questa riva dall'altro lato doveva essere stata un'impresa improba.

Crovat e Masutti stentavano a capire cosa diavolo stesse dicendo, o per meglio dire farneticando mentre si aggrappava a loro con dita talmente contratte da avere preso le sembianze di artigli.

Con non poca fatica riuscirono a riportarla verso la forchia, in maniera tale da poter tentare di avere un'idea di che cosa stesse parlando quella scalmanata.

Ripeteva ossessivamente gjavegjave, ma che c'entrava la miniera? Non era nemmeno entrata in esercizio.

Masutti avvicinò la faccia alla bocca della donna e si girò perplesso verso Crovat asserendo che la parola non era gjave, bensì cjaval, cavallo.

Di bene in meglio insomma, se la miniera poteva ancora avere un minimo di senso, il cavallo pareva uscito dal delirio di una demente.


Quant'è vero iddio maledetto il giorno che erano saliti alla forchia e scesi a Jalmis.

Non avevano avuto il coraggio di dirle che quello che diceva era folle, mostruoso, impossibile da credere.

Non ne avevano avuto il coraggio perché in cuor loro sapevano, in fondo all'animo sentivano che era tutto drammaticamente vero.

Ce n'era voluto di tempo ma alla fine aveva trovato le forze per sputare quella storia che sembrava vomitata fuori dai più biechi recessi del terrore ancestrale.

Nemmeno i racconti delle strie, dei krampus e di tutto il folclore di quelle valli dimenticate dal signore avrebbero potuto partorire un abominio del genere perché, come spesso accade, la realtà supera di gran lunga la fantasia.




CONTINUA..


Fabio Mario Bullo

giovedì 26 novembre 2020

Tiere di Friûl 5 - Spesso il bene di morire ho incontrato


Il caporale buttò giù in un sorso solo la grappa, faceva talmente tanto schifo che era meglio farla finita con la questione immediatamente, lo sapeva solo il signore con cosa la producevano, ed era meglio si tenesse il segreto.

Quegli zotici, selvaggi e animaleschi montanari erano in ritardo come loro solito, venivano da valli differenti ma sembravano essersi sincronizzati per non arrivare in tempo.

Eppure, accallappiati i mocciosi usciti da scuola, gli unici che scendevano a Villa regolarmente, li aveva istruiti a dovere su cosa dire. Bifolchi.


Tirò le somme e si allungò soddisfatto sulla sedia: le rappresentanze scese dalle valli del Boor, del Venchiareit e di Chiampis gli avevano comunicato numeri di tutto rispetto, le cose dovevano essersi messe male da quelle parti per avere così tanta manodopera disposta ad emigrare. Persino quei bastardelli arroganti del Dosaip si erano fatti vedere, l'avevano finita di fare tanto gli splendidi col loro commercio di cappelli; quant'è vero iddio si sarebbe adoperato il più possibile affinché finissero nel peggiore dei posti. Nel frattempo era anche riuscito a farsi servire del vino decente.


Eppure eppure eppure, più ci pensava più qualcosa non gli tornava... Si frugò nel taccuino e recuperò il foglietto dell'anno precedente e sobbalzò: i conti non tornavano!

Presi individualmente i paesi e le contrade avevano tutti registrato un incremento, che stregoneria era quella?

Era in procinto di chiamare l'oste per un'altra caraffa, forse quella l'avrebbe aiutato a schiarirsi le idee, quando gli cadde l'occhio sull'ultimo nome della lista, controllò l'altra e strabuzzò gli occhi: NESSUNO.

Fece mente locale: alto, secco, col naso adunco alla giudea... Come si chiamava Antonio, Andrea, Arnaldo... Comunque gliel'aveva detto, quindi come mai non si era presentato nessuno? Era affogato nel fiume tornando al paese?

Si alzò per pagare, doveva risolvere prima di andarsene, non se ne sarebbe andato da quella valle maledetta senza di loro. Possibile non ci fosse nessuno di quelli in giro per dirimere la questione?

Approcciò l'oste per pagare e si sentì rispondere che era tutto a posto, il caporale lo guardò come se avesse visto un cavallo parlare. Quella gente era talmente taccagna che avrebbe sterminato la propria famiglia per due centesimi e questo adesso gli veniva a dire che era tutto pagato? Forse l'oste era un demente, o forse gli aveva propinato qualche intruglio per avvelenarlo.

Non dovette aspettare molto, l'oste gli indicò un tizio seduto in disparte, relativamente ben vestito per gli standard del luogo e gli disse che si era arrangiato lui.

Il caporale fece una smorfia come se avesse appena masticato dello sterco di bue e si mosse verso il personaggio: l'ultima volta che qualcuno gli aveva offerto qualcosa portava ancora i calzoni corti.

Costui fumava indolentemente un sigaro, preoccupandosi anche di fare dei cerchi col fumo, un raffinato insomma. Cosa ci faceva in quel cesso di posto?

- Siete voi che mi avete offerto da bere?

- Precisamente.

- Posso chiedervi a cosa devo questo onore?

- Chiamiamola una compensazione.

“Andiamo bene” pensò, ecco un altro mentecatto in giro, ma i manicomi erano chiusi per sciopero?

- Compensazione di cosa? Non capisco di cosa stiate parlando.

- Immagino non vi sarà sfuggito che quest'anno vi manca qualche stagionale.

Il caporale sentì un dolore allo stomaco, come se qualcuno ci avesse tirato una picconata.

- Non mi è sfuggito infatti, non capisco cosa sia successo, probabilmente il ragazzino che ho avvisato ha avuto qualche contrattempo...

- Il ragazzino non ha avuto alcun contrattempo ed è salito in paese regolarmente.

Cominciò a stringere i pugni, quel tipo stava menando il can per l'aia con lo scopo deliberato di farlo incazzare.

- Vi consiglio di riprendere la strada per Udine perché non vedrà nessuno dal paese e vi assicuro che negli anni a venire farete prima a prendere a sinistra al bivio del Cjarpen e dimenticarvi di questo posto perché tutti gli abitanti della valle avranno di meglio da fare che ammazzarsi di fatica per conto vostro.

Il caporale aveva una voglia pazza di avventarsi su quell'infame e strangolarlo ma era chiaro che aveva ancora qualcosa da dire, tanto valeva farlo finire di parlare, se non altro lo avrebbe ammazzato a maggior ragione successivamente.

- Vi vedo alterato, mi permetto una piccola divagazione.

Zatti si tolse il cappello e si passò distrattamente una mano tra i capelli, evidenziando una lunga cicatrice alla tempia.

- Vi ricorda niente questo?

Il caporale indietreggiò istintivamente sbarrando gli occhi: quanti anni erano passati?



Fabio Mario Bullo

venerdì 20 novembre 2020

Ricordi balcanici - 1#

La guardia abbaiò "prijavite" e, dopo aver ricevuto un mormorio di diniego simil-rosario decise di scendere facendo cenno all'autista che poteva ripartire; si guardò attorno: il valico di Pasjak era andato, davanti a lui si stendeva la Croazia.
Federico cercò di assopirsi cullato dal chiacchericcio in lingua slava degli occupanti, dai pochi esitanti italiani e dallo sporadico, anglosassone turista backpacker in cerca del mare cristallino.
Il via vai dei suoi compagni di viaggio gli fece capire che era al capolinea, guardò fuori e Rijeka, l'italica Fiume, apparve in tutto il suo splendore, smontò dalla corriera e si diresse al primo taxi della fila.
- Amico, taxi?
Non si prese nemmeno la briga di stupirsi di come il tassista avesse capito che era italiano senza nemmeno che aprisse bocca. Ci era abituato, così com'era abituato a decidere il prezzo della corsa prima ancora che mettesse in moto.
Il tassista, dopo essersi intascato una cospicua dose di kune, lo sganciò davanti a una tutto sommato gradevole casa a due piani dallo stile vagamente socialista con tanto di macchia mediterranea, non male.
Una figura familiare emerse dal balcone:
- A cojone, finalmente sei arrivato, vieni su per le scale, o c'hai bisogno dell'argano?
L'appartamento era discreto ma datato: cesso e lavandino erano separati, lo scaldabagno elettrico ma obsoleto, l'idraulico che l'aveva installato aveva probabilmente fatto le elementari con Tito; perlomeno era tutto pulito, per il momento.
Una processione di bottiglie imbandiva il tavolo, la maggior parte di esse vuote, Dario andò ad accoglierlo mentre Alberto, con la sua solita flemma, gli fece un sorriso compassato aggiustandosi gli occhiali.
- Eh Fede, lo sai com'è Alberto, il solito stronzo intellettuale, pensa che si sta leggendo il frasario Italo-croato, auguri!!! Oh, professore com'è che si dice grazie?
- Hvala.
- Ma Hvala sto cazzo, ma senti te che lingua, impossibile imparare ma che ci perdi tempo a fare, tanto il bosniaco lo sa l'italiano, no? E poi se è bosniaco che te ne fai del croato?
- Sono praticamente la stessa lingua, ignorante.
- Seh vabbè, ma vieni qui Fede, famoce un drink. Dai oh, Montessori molla quel libro.
- Cos'è questa roba? Pelinkovac? Ma non c'è altro?
- Eh...
- Ho capito, sentiamo questo amaro va...



L'ispettore Tomislav Duic del posto di polizia di Delnice ne aveva viste di porcherie durante la guerra ma una ragazza bella così buttata dentro una grotta era uno shock difficile da digerire; quando l'HGSS, il soccorso alpino, l'aveva depositata sui bordi della cavità.
Interrogò gli speleologi che l'avevano trovata, che giurarono e spergiurarono di non aver toccato nulla e li congedò con un gesto, mai capito quei quattro fuori di testa che si divertivano a ficcarsi sottoterra.
Diede uno sguardo alla ragazza, era scalza e vestita da mare, sicuramente nella grotta non ci era finita accidentalmente mentre si faceva una passeggiata nella foresta; lasciò lì un paio di sottoposti e se ne tornò in ufficio, tanto dovevano passare per forza da lui, il caso era suo e nel frattempo si sarebbe fatto un paio di giri di rakia con il cugino Kresimir.
A metà pennichella arrivò a svegliarlo l'agente Martin, un occhialuto e fastidioso novellino di Karlovac che malgrado tutto non mancava di acume.
- Hai qualcosa di rilevante? Aveva documenti addosso? Immagino di no.
- No ispettore, ma aveva uno scontrino in tasca, di un supermercato di Jadranovo.
- Probabile che si tratti di un depistaggio...
- Sembrerebbe di no ispettore, ieri era stata denunciata la scomparsa di una ragazza presso il posto di polizia di Crikvenica e i dati corrispondono.
Piccolo stronzo zelante pensò astiosamente l'ispettore, ma si sforzò di dissimulare il fastidio. Ora l'avrebbe sistemato lui.
- I dati?
- Subito ispettore.
Duic represse un moto di stizza, aveva pensato di coglierlo con le braghe calate ma quello era già preparato; diede una scorsa al fasciscolo: Martina Drakulic (una serba, pensò, storgendo la bocca) da... Niente meno che Vukovar, di bene in meglio.
- Cosa ci faceva a Jadranovo?
- Lavorava in un bar sulla spiaggia ispettore.
Duic strinse la scrivania con violenza, quel piccolo bastardo aveva una risposta per ogni domanda, avrebbe dovuto lavorare all'ufficio informazioni della stazione degli autobus.
- Tira fuori la macchina, andiamo a farci un giretto sulla costa.



L'auto sfilava tra file ininterrotte di alberi.
- Ti piace il Gorski Kotar Martin?
- È... Molto rilassante come regione ispettore, un sacco di foresta.
- Puoi ben dirlo ragazzo, è l'emblema della pace e della tranquillità.
"Come no, pace e tranquillità, come quello del mese scorso che aveva rincorso il vicino con un badile, ed era sobrio".
Oltrepassato il valico apparve il mare, con l'isola di Krk sullo sfondo e l'abbacinante riflesso del Mare Adriatico, l'ispettore grugnì esplicitando la sua opinione sul mare.
Jadranovo, come tutto il litorale del Quarnaro in quella stagione, era intasato di turisti: tedeschi e italiani ma non mancavano cechi e sloveni.
Si incamminarono lungo la riva fino alla birtja dove lavorava la vittima, situata alla fine del litorale, poco prima di una zona piena di scogli e di nudisti.
- C'è il padrone qui? Ah è lei? Buongiorno, parlo con...
- Mujo Boban.
Un bosniaco rimuginò l'ispettore, ma è rimasto qualche croato in giro?
- Sono qui per la ragazza che lavorava per lei, Martina.
L'uomo restò interdetto.
- Andiamo Boban non faccia la commedia, non me ne può fregare di meno che lavorasse in nero da lei quindi si risparmi la sceneggiata e mi dica tutto quello che sapeva di lei.
- Perché parla al passato, non vorrà mica dirmi...
- Se non vuole che glielo dica io si guardi il telegiornale stasera. Che mi sa dire di lei? Da quanto lavorava qui?
- Da inizio stagione, un paio di mesi... Mai combinato guai, sempre abbastanza puntuale, sospetto un sacco di clienti venissero attirati da lei.
- Dove viveva?
- Laggiù, vede quella casa? Stava lì con altre due ragazze, una delle quali lavora anche lei qui ma adesso non è di turno, è stata lei a sporgere denuncia.
- Sì perché se aspettavamo lei Boban quella faceva ora ad andare in decomposizione.
- Ma io...
- Vedo che fate anche da mangiare qui, sono sicuro che saprà preparare qualcosa di buono senza, ehm... Spendere troppo. Martin vai dalle ragazze a fare un paio di domande e cerca di non farti infinocchiare.
Duic si mise comodo, il confortante chiacchericcio croato si confondeva con sguaiate risate italiane e compassati lazzi tedeschi.



Quando si risvegliò, in preda a postumi agghiaccianti, il sole era già sorto da un pezzo, difficile stabilire che ore fossero ma faceva già caldo, e tanto anche; qualcuno l'aveva mollato in camera o forse ci era arrivato da solo, chi se lo ricordava.
Si avviò strascicando i piedi verso il salotto, dove trovò Dario assopito assieme ad una mora dalle gambe lunghe, probabilmente una locale; deciso a rovinargli la festa esordì con un rutto fragoroso.
Dario si alzò di botto guardandosi attorno smarrito, per poi maledirlo; Alberto, già in piedi come suo solito, rientrò dal balcone ridacchiando, per poi farsi subito serio.
- Penso che abbiamo un gran problema signori.
- E che fa? Abbiamo perso il numero del bosniaco?
Alberto si avvicinò alla ragazza, le prese un braccio e la strattonò violentemente. Dario le appoggiò una mano sul seno ma appena toccatala si scansò con una smorfia.
- Freddina eh?
Dario si alzò in piedi agitatissimo.
- E no eh, io non c'entro niente l'ho vista che passava sotto alla finestra l'ho invitata a fumà e...
- E abbassa questa cazzo di voce, qui lo capiscono tutti l'italiano, vuoi mettertelo in testa?
Federico si avvicinò al corpo e le scostò i capelli mettendone in luce la faccia.
- Che bellezza, te la sei scopata almeno? Se è così è stato un gran spreco...
- Eh Fede non fa l'infame pure tu eh...
Alberto, che osservava la scena in silenzio, andò a chiudere le finestre. Dario, malgrado il caldo soffocante, tremava visibilmente.
- Insomma vuoi dirci che hai combinato con questa?
- Ma chi se ricorda, l'ho fatta venire su...
- Quando?
- Quando voi eravata già a dormire perché avevate bevuto troppo e...
Alberto sbottò:
- E tu no invece? Dì la verità che hai tirato, ecco come mai sei rimasto, diciamo così, sobrio.
- Sì be'...
- E hai offerto da tirare anche a questa magari...
- Albè, nun me ricordo.
- E questa è collassata, morendo proprio qua.
Alberto cominciò a bestemmiare nel suo gutturale accento bergamasco.
- Di qui a poco viene a trovarci il bosniaco e per tutta accoglienza esordiamo con una tipa morta nell'appartamento, bella figura di merda ci facciamo!
- Eh ma potrebbe darce una mano, chissà quanta gente ha fatto sparire durante la guerra in Jugoslavia...
- Io non ci sto a fare queste figure di merda, tu ci faresti affari con gente così sprovveduta?
Federico andò verso il cadavere.
- Io prima di ficcarle le mani in tasca ho bisogno di sapere che intenzioni abbiamo, la facciamo sparire?
- E cosa vuoi farne, chiamare la polizia? Oltretutto bisogna farla sparire alla svelta.
- Questa l'unica cosa che ha sono le chiavi di casa e le sigarette, niente documenti, niente portafoglio.
- Pessimo segno, significa che abita qui vicino.
Dario si versò un bicchiere, Alberto lo apostrofò a male parole:
- Sì bevi, bevi che così ti rincoglionisci ancora di più. Visto che hai combinato il casino almeno pensa a come risolverlo.
Federico schioccò le dita.
- Ci sono! Questo è territorio carsico, è pieno di buchi nelle montagne, ne troviamo uno, la buttiamo dentro e chi si è visto si è visto.
Alberto annuì socchiudendo gli occhi.
- Ottima idea, ma mica ci possiamo permettere di andare a cercarne una.
- Possiamo domandà a...
- Oh ma ci sei o ci fai? Cosa gli chiedi, scusi sa dove c'è una foiba che ci dobbiamo sbarazzare di un cadavere?
Federico nel frattempo stava scartabellando freneticamente un opuscolo. Alberto si alzò e gli andò vicino.
- Che roba è? Ah la pubblicità che ci hanno mollato in frontiera... Lascia perdere, qualsiasi cosa ci sia lì è straturistica e a noi interessa che venga trovata il più tardi possibile.



Dario si alzò che era il tramonto, rabbrividendo: la temperatura della stanza era di sedici gradi, improvvisamente ricordò: Alberto aveva messo il condizionatore a palla per preservare il corpo... Il corpo! Cristo non se l'era sognato era ancora lì.
Alberto era steso in poltrona a fumare una sigaretta, Federico era appena tornato dall'internet point.
- Tutto a posto, ho localizzato l'area.
- Hai parcheggiato la macchina dietro?
- Sì, appena cala il sole la carichiamo.


[to be continued]



Fabio Mario Bullo

giovedì 19 novembre 2020

Tiere di Friûl 4 - San Martino del cazzo


Ormai erano giorni che era lì: come un dolore al petto che si spera se ne sia andato ma puntuale fa la sua comparsa al risveglio.

Individualmente ognuno aveva provato a ignorare la cosa ma alla fine il re era nudo: quell'apparizione era ancora lì e malgrado tutto Battista, Madrac e il figlio dell'oste avevano ragione.

Se ne discuteva a capannelli, a volte durante il lavoro ma mai calato il sole, faceva già abbastanza paura col chiaro.

Come se non bastasse c'erano anche delle novità ben poco piacevoli: quelli che stavano agli Stavoli Silisia giuravano e spergiuravano che l'avevano sentito poco prima dell'alba ma non avevano osato mettere il naso fuori per capire cosa stava succedendo. Se non fosse stato per le bestie che muggivano probabilmente se ne sarebbero usciti a mezzogiorno,

I più sfacciati chiesero ai forestali di passaggio cosa ne pensavano ma questi se ne andarono ridacchiando, agli astanti attoniti arrivarono portate dal vento le parole “allucinazioni” e “unioni tra consanguinei”.

Qualcuno avebbe dovuto prendersi la briga di andare dall'altra parte del monte, a Cjarpen, per investigare a riguardo ma sarebbe stato un suicidio.

Anni prima, alla fiera del bestiame e non propriamente sobri, si erano quasi ammazzati: secondo alcune fonti uno di Cjarpen aveva fatto lo spiritoso, uno del paese gli aveva risposto per le rime e un altro, che passava per di là senza nemmeno aver preso parte all'alterco, si era ritrovato con quattro denti in gola.

La discussione era passata rapidamente dalle mani ai bastoni con un paio di personaggi ridotti in maniera tale da dover chiamare il prete per l'estrema unzione. Ad avere la peggio furono quelli di Cjarpen, in inferiorità numerica e con meno bastoni; se ne andarono dalla fiera trascinandosi dietro i feriti prima che arrivassero i carabinieri e giurando vendetta, minacciando che chiunque fosse passato per la loro valle ne sarebbe uscito con le gambe in avanti.



Fabio Mario Bullo

martedì 17 novembre 2020

Tiere di Friûl 3 - Non basta essere bravi, bisogna essere i peggiori

Arrivati alla sella Masutti prese a sinistra per scendere al paese, Crovat ebbe un moto di stizza: questo significava dover farsi un'altra mezz'ora di salita per raggiungere i boschi dello Cisilar ma non poteva dire nulla, rimpianse di non averlo spinto giù per il dirupo durante la salita, le occasioni non erano mancate.


Con una moglie morta di parto e il figlio che era sopravvissuto per pochi giorni Crovat aveva la sensibilità di un tronco di albero, eppure ci mancò poco che gli cedettero le gambe, Masutti aveva gli occhi sbarrati, incapace di articolare una sillaba.

Il Chiarsò ruggiva furioso, ed era l'unico suono udibile in quel silenzio di tomba: del paese, fatta eccezione per le poche case oltre il fiume, non restava alcunché.

Divelte le strutture costruite in quei mesi per la miniera, i pali della teleferica si erano volatilizzati, se non fosse stato per alcuni spezzoni di cavo rimasti aggrovigliati a un albero si sarebbe detto non fosse mai esistita.

Nessuna traccia degli abitanti, probabilmente se li era portati via il Chiarsò, e li avrebbero trovati dopo la gola, alla confluenza. Forse.




Fabio Mario Bullo

Tiere di Friûl 2 - Eresiare pallido e assorto

Crovat si alzò presto: per arrivare a forchia Lareseit c’era una buona ora di strada, e il temporale della sera precedente non avrebbe fatto altro che peggiorare le cose, rendendo il sentiero infido.

In piazza c’era già Masutti ad aspettarlo, il tempo si prospettava tutto sommato decente: gli ultimi scampoli di nuvole se ne stavano andando e il sole faceva capolino sulle cime verso est ancora imbiancate.

Cominciarono a inerpicarsi stando attenti a dove mettevano i piedi, la tempesta aveva fatto precipitare un mucchio di rametti, sarebbe stato un attimo calpestarli e rimetterci una caviglia, come quel povero bastardo l’estate scorsa.

Arrivati al rio Frasseneit si mise a bestemmiare come un carrettiere: la pioggia aveva ingrossato il torrente e le pietre del guado erano finite sotto, furono costretti a risalirlo per dieci minuti per trovare un punto dove attraversarlo, l’alternativa sarebbe stato passare il resto della giornata coi piedi bagnati e Crovat, a metà salita, si era già rotto il cazzo: poco prima di arrivare al fiume aveva perso il bastone nel tentativo di ammazzare una vipera e quant’è vero iddio aveva scorto sul volto di Masutti una sottospecie di sorriso di scherno. Piccolo stronzo impertinente.



Fabio Mario Bullo

giovedì 12 novembre 2020

Pericolo di morte

Si tirò su la cerniera e si diresse verso la moto parcheggiata a fianco della centralina elettrica, a volte urinare poteva essere il più impellente dei bisogni e lui non ne poteva più di guidare con la vescica ridotta ad un gavettone.
Si stava per mettere il casco quando lo vide: era passato decine di volte per quella strada ma non l’aveva mai notato, anzi non si era mai neppure posto il problema che ci potesse essere un sentiero.
Quelli del comune erano stati più veloci del previsto, aveva preventivato di fare ritorno a casa molto più tardi quindi perché non farsi una bella camminatina?
Il sentiero finiva nei pressi di un pozzo abbandonato, sopra ad esso ed alla miniera in rovina incombeva la montagna, con il suo ventre devastato dalle escavazioni; doveva aver camminato un bel pezzo a giudicare dalla posizione del sole, il cielo nel frattempo aveva assunto un colore che non prometteva nulla di buono, era meglio darsi una mossa prima di prendersi un fulmine in testa.
Fece l'itinerario a ritroso, provando un lieve disagio, la zona non era mai stata granché popolare ma oggi non aveva incontrato anima viva, nemmeno un occasionale cercatore di funghi.
Si stava già alzando vento quando giunse in vista della moto, passò a fianco della centralina e si fermò, inorridito: cos'era quell'orrendo tanfo? Forse la carcassa di un animale? Strano, all’andata non l'aveva sentito.
Diede un’occhiata in giro e scorse un'ombra aleggiare tra i pini, non riuscì a reprimere un brivido e per un attimo fu tentato di andarsene; si riscosse prontamente: no signori, lui non era cagasotto, era alto uno e novanta ed era istruttore di krav maga, se c'era qualche stronzo nelle vicinanze l'avrebbe conciato per le feste. Gli avrebbe fatto pentire di essere nato.
Si mise a gironzolare tra gli alberi, guardingo, non gli sarebbe dispiaciuto pescare un bracconiere con le mani nella marmellata e rovinarlo di botte.
Malgrado il suo furor germanicus si costrinse a rinunciare, stava cominciando a piovigginare ed aveva sentito un paio di tuoni in lontananza, tornò verso la radura imprecando.
Un’improvvisa folata di vento recò con sé un fetore immondo, un sentore di tomba scoperchiata assieme ad un’inquietante rumore di ossa che cozzavano.
Urlò. Un urlo folle che gli strappò le corde vocali, un ululato lancinante che proveniva dal profondo del suo essere, un terrore cieco ed incommensurabile, nero come un abisso senza fondo.
Inchiodato a terra, incapace di emettere un suono e di muoversi ebbe tutto il tempo per assistere alla scena, prima che venisse a prenderlo.
Quei cartelli con su scritto “PERICOLO DI MORTE” sul limitare della strada, che gli avevano fatto tanta impressione da piccolo dicevano il vero, non erano fantasie infantili, era tutto come si era immaginato, il peggiore degli incubi si era materializzato.
La vide venire verso di lui, ondeggiando lievemente e brandendo la falce, avvolta nella sua funebre veste.
Era la Morte in persona ad aggirarsi per quei boschi.



Fabio Mario Bullo