Arrivati alla sella Masutti prese a sinistra per scendere al paese, Crovat ebbe un moto di stizza: questo significava dover farsi un'altra mezz'ora di salita per raggiungere i boschi dello Cisilar ma non poteva dire nulla, rimpianse di non averlo spinto giù per il dirupo durante la salita, le occasioni non erano mancate.
Con una moglie morta di parto e il figlio che era sopravvissuto per pochi giorni Crovat aveva la sensibilità di un tronco di albero, eppure ci mancò poco che gli cedettero le gambe, Masutti aveva gli occhi sbarrati, incapace di articolare una sillaba.
Il Chiarsò ruggiva furioso, ed era l'unico suono udibile in quel silenzio di tomba: del paese, fatta eccezione per le poche case oltre il fiume, non restava alcunché.
Divelte le strutture costruite in quei mesi per la miniera, i pali della teleferica si erano volatilizzati, se non fosse stato per alcuni spezzoni di cavo rimasti aggrovigliati a un albero si sarebbe detto non fosse mai esistita.
Nessuna traccia degli abitanti, probabilmente se li era portati via il Chiarsò, e li avrebbero trovati dopo la gola, alla confluenza. Forse.
Fabio Mario Bullo