lunedì 16 marzo 2015

Kwisatz Haderach

Il termine deriva originariamente dall'ebraico (קְפִיצַת הַדֶּרֶךְ, probabilmente originariamente Qəp̄îá hadDére, ebraico standard Qəfiat haDére, comunemente Kfitzat haDérech) e letteralmente significa "salto nel cammino", una forma ebraica arcaica dell'equivalente espressione "scorciatoia".


Tutto ciò che sono lo debbo a lui. Non solo perché era mio padre ma perché tutto quello che mi ha insegnato o dovrei dire, tutto quello che ho sopportato, ha risvegliato realmente parti di me che, poi col tempo capii, nessuno in una vita impara. Lo amavo? È un sentimento controverso che ha fatto fatica a decollare. Per il momento risponderò che era mio padre e questo basti.
La sua vita si svolgeva prevalentemente nel suo studio. Non aveva un vero lavoro, non come i genitori dei miei amici. Non tornava stanco la sera e non si metteva davanti alla tv con una birra in mano. Però ci sono stati anni bui in cui lo desiderai molto. La sciatteria e la “normalità” di alcune persone le vedevo come la vita reale. Mentre mio padre era l’uomo che era, perfetto. Per molti anni imparai ad odiarlo. Si, l’odio è una strana emozione. Come dicono i poeti “di rode dall’interno”, però per alcune persone può essere un buon carburante, se nel tuo motore i pistoni faticano a fare su e giù.
Mia madre lo amava con la A maiuscola. Diceva spesso che donna fortunata fosse, perché non solo ai suoi occhi mio padre era un santo, ma perché si amavano di un Amore esclusivo ed intenso che non aveva uguali; almeno non nel nostro quartiere. Mia madre dopo aver aspettato che noi figli crescessimo un po’, decise di tornare al lavoro. Era una semplice segretaria, ma quel lavoro la rendeva felice. Non poteva chiedere di più alla sua fortuna, questa era una frase che le sentivamo dire spesso. Noi figli non conoscendo ancora la vita, ci sembrava che nostra madre esagerasse, ai nostri occhi tutta questa meraviglia non era affatto evidente. Soprattutto perché dovevamo vivere con lui.
Io e mia sorella non eravamo bambini disobbedienti. In nostri capricci per quel che posso ricordare non erano frequenti. Viva Dio, eravamo bambini. Però per nostro padre le cose non erano mai come sembravano. A volte eri premiato per aver combinato un guaio, a volte venivi mandato a letto senza cena perché avevi sgobbato tutto il giorno su un lavoro da lui assegnato. È ovvio che con mia sorella si comportasse in modo diverso. Era due anni più giovane di me ed era femmina. Era un padre padrone, ma non era metodico. Non ti insegnava che ci fosse un giusto modo di fare le cose, ma quando ti diceva di farle, tu sapevi che se avessi messo del tuo, sarebbero stati dolori. Non vorrei essere frainteso, non parlo di punizioni fisiche. Che io ricordi non l’ho mai visto alzare un dito ne con noi, ne con mia madre.
Quando tu non eseguivi i suoi precisi ordini, tutto il suo atteggiamento verso di te cambiava. Con noi, anche se arrabbiato urlava di rado. Lo so mi rendo conto che detto così, non da l’impressione che io stia descrivendo un dittatore, ma per certi aspetti lo era. Era un pacato e calmo padrone. È impossibile volergli male: primo, perché era mio padre, secondo, perché i sui insegnamenti adesso che ho un età certa, mi tornano utili e vitali.
Vorrei ora descrivere qualche esempio, per come me li ricordo.
Come già detto, mio padre viveva il più del suo tempo dentro il suo studio. Questo non faceva di lui un pigro, anzi, dedicava alcune ore al giorno al suo corpo, corsa e pesi. La regola, se di regola si può parlare, perché è più da intendere come un tacito accordo, era che se la porta era chiusa nessuno sarebbe entrato a disturbarlo. Se si avevano domande impellenti occorreva prendersi il tempo giusto per pensare e chiedersi: lo posso davvero disturbare per questa cosa? Questo valeva per noi figli come per mia madre, che a volte la trovavi diritta davanti alla sua porta di legno di noce a giocare con le dita sugli interstizi. A volte bussava, altre risolveva da sola. Per quel che mi riguarda fino agli undici anni bussai anche per le cose più futili, poi capii e non bussai più, nemmeno quando della musica indiana o tibetana sembrava che dicesse che si stava rilassando. Altro discorso invece se la porta era aperta o semi aperta. Il suo studio era grande e luminoso, una libreria immensa, fatta anche di libri rari ed antichi. Una bella ed elegante scrivania ed una poltrona del fine ottocento francese che faceva rifoderare ogni anno di un velluto rosso. Io e mia sorella la chiamavamo la sedia del Papa. Se dovessi dire quale fosse il lavoro di mio padre, direi che dava consigli. Non disdegnava però ne l’orto, ne il giardino. Era indubbio che noi avessimo le più belle e sane rose di tutta la città. Insomma sapeva lavorare. A chi desse consigli è difficile da dire, credo che anche mia madre non ne sapesse poi molto. Veniva per lo più gente semplice, ma non erano rari i casi in cui auto diplomatiche facessero capolino nel nostro vialetto. Una volta mia sorella, io ero a scuola, disse che il presidente era venuto a casa nostra. Per anni pensai ad una balla, adesso penso che potrebbe anche essere successo. Insomma, riceveva uno stipendio da qualcuno, ma non saprei dire da chi o quale ente. Io so solo che non gli ho mai visto prendere soldi da qualcuno che fosse venuto per un “consulto”, anzi spesso ne elargiva.
Nello stesso tempo non posso dire che non fosse un padre padrone. I suoi “metodi” e i suoi ordini non potevano essere non eseguiti alla lettera, questo per me era frustrante, tanto da non volermi più risvegliare al mattino. Sono sempre stato uno scolaro mediocre, non molto interessato, ma neanche così svogliato da non prendere almeno voti sufficienti. Voti che mio padre non commentava quasi mai. Successe però intorno ai quattordici anni che su tutte le materie non un voto risultasse positivo. Lui mi prese un pomeriggio di sabato e mi fece vedere come doveva essere tagliata la legna per il camino. Anche se io insistetti che dovevo studiare per un esame imminente, lui non sentiva ragioni. Ogni ciocco in tre parti uguali! Non avrei dovuto spaccare se non fossi stato sicuro della perfezione. Ne mise tre li di fianco a modo che mi ispirassi. I primi passarono lenti, sapevo bene che i suoi ordini non potevano essere interpretati. Poi la mano, il braccio, le gambe. Quando un poco per volta il corpo iniziò a dolermi, cominciai a spaccare di malavoglia. Lui guardò il lavoro fatto senza dire una parola. Quella sera non cenai e non feci colazione al mattino seguente. Oltre ai muscoli indolenziti avevo anche lo stomaco che brontolava, ma tornai al mio lavoro. Mio padre intanto aveva esposto un cartello fuori dalla nostra casa in cui invitava il quartiere a portare la legna grossa, dicendo che io me ne sarei occupato, gratis. Credo che quello sia stato il weekend in cui lo odiai di più. La mia rabbia verso di lui e me stesso mi rese però un provetto boscaiolo e all’ora di cena avevo finito e spaccato come lui voleva anche tutta la legna del quartiere. Quando il lunedì tornai a scuola i miei compagni mi vedevano come un eroe. Invece di andare con loro a giocare, avevo usato il tempo per fare un lavoro da adulto. Questo mi diede una forza ed una carica emotiva senza precedenti, alla fine dell’anno non ebbi che voti splendidi. Quando tornai sui libri per il mio esame trovai un metodo veloce e preciso per ricordarmi quello che avrei dovuto dire all’insegnante. Presi il voto più alto della classe.
Mio padre non era crudele solo nelle situazioni da risolvere, ma anche in quelle opposte. Un’estate io e mia sorella giocando con troppa veemenza decapitammo una delle sue statue elleniche del giardino. Lui ci punì facendoci trovare per cena una torta alla panna a testa. Io tenni duro fino alla fine, mia sorella vomitò sulla poca torta restata nel suo piatto. Credo che volesse insegnarci che non tutti i piaceri restano tali fino alla fine.
Mia madre non era sempre divertita dei metodi del marito, ma sapeva che ogni gesto ed ogni “violenza” erano finalizzati alla nostra istruzione. Solo un occhio miope o non evoluto, diceva mia madre, crederebbe che si tratti di sola ripicca di un padre verso un figlio. Però anche lei si trovò qualche volta in difficoltà. Forse anche mia madre come noi, era istruita, a modo suo, a livelli diversi, ma istruita.
Ricordo un inverno rigido in cui mia sorella giocava in giardino con le sue amiche a lanciarsi grosse palle di neve. Una forse ne conteneva dei sassi, fatto sta, che l’arcata sopraciliare di mia sorella iniziò a sanguinare copiosamente. La fotografia era questa: mia madre molto agitata davanti la porta chiusa dello studio di mio padre, con mia sorella di fianco con un enorme asciugamano legato alla meno peggio che le copriva tutto il capo. Quando mi vide sulle scale mi guardò ed io le dissi: portiamola al pronto soccorso! Mia madre pendeva per molte cose dalle istruzioni di mio padre, ma era evidente che in quel caso non doveva pensare altro che fare la mamma. All’ospedale seduti in attesa che ricucissero la mia sorellina, mia madre mi strinse forte e mi disse che avevo proprio gli occhi e la forza di mio padre. Spero un giorno sarai come lui, mi disse fra le lacrime.
Io che per il più del tempo mio padre lo odiavo, pensai che la mia dolce mamma non fosse altro che una donnina succube di un uomo malvagio. Mio padre ti portava in mondi assurdi e a tratti sconvolgenti. Quello che per lui era insegnamento per me era follia. Un giorno intorno ai diciassette anni mi chiese quale strada facessi per andare a scuola ed io che conoscevo il mio pollo, gli recitai in ordine tutte le strade e gli incroci. Al che lui mi disse: ma se volessi potresti fare una strada diversa per arrivarci o per tornare a casa? Capii subito dove voleva andare a parare, ogni azione ripetitiva è una azione che col tempo diventa tossica. Anche la più semplice. Gli dissi con astio e provocazione, che l’unico modo sarebbe stato quello di passare per i giardini dei vicini. Al che lui mi impose che per la settimana successiva non avrei fatto la strada due volte nello stesso modo. Così mi ritrovai non solo a calpestare le aiuole dei vicini, ma a farmi rincorrere dai loro bavosi cani e per finire l’ultimo giorno dovetti per rispettare i suoi ordini tornarmene a casa camminando all’incontrario tra le giuste risate dei miei compagni. Quando arrivai nel nostro vialetto mio padre era li fuori a controllare se davvero avessi fatto tutto. Mi prese lo zaino e mi disse: questo te lo porto in casa io, credo che tu abbia visite. Quando mi voltai verso la strada vidi che la più bella ragazza della scuola era li che mi guardava e mi faceva cenno di andare verso di lei. Fu la mia prima ragazza e il mio amore più bello, in fondo il primo lo è sempre. Quel mio essere così diverso e originale, l’aveva tanto colpita che non riuscì a non innamorarsi di me; quello mi era venuta a dire.
Questo era mio padre un bastardo e fottuto figlio di puttana, per dirlo come nei film americani, alla fine aveva sempre ragione lui. Ed era questo che poi imparai ad odiare davvero, non la sua persona, ma il suo modo di stare al mondo. Tutta la mia rabbia non espressa un giorno esplose con un tale boato che vidi una parte di mio padre che non avrei mai sospettato potesse avere. Io passavo un periodo di pigrizia stanca. Tutto quello che mi tenevo dentro e che non confidavo a nessuno, si ripercuoteva inevitabilmente in uno stato di non fare.
Erano già diversi giorni che mio padre si appartava con mia sorella che a quel tempo avrà avuto diciotto anni. Succedeva di pomeriggio quando mia madre era al lavoro. Da prima pensai che fosse uno dei suoi soliti insegnamenti e a ben vedere, meglio lei che me. Ma intuivo che c’era qualcosa di strano, perché non mi volevano in casa quando questo succedeva. Mio padre ad esempio mi diceva di andare a fargli delle commissioni per degli oggetti che non usava o per comperarne altri di cui aveva già in abbondanza. Un giorno finsi e facendo semplicemente il giro della casa, rientrai. Li scoprii nello studio di mio padre. Mia sorella era seduta sulla scrivania a gambe aperte e senza slip. Mio padre era seduto sulla sua preziosa poltrona con la testa fra le sue cosce. Era tutta la vita che aspettavo quell’occasione. L’uomo perfetto. Il marito perfetto. Il consigliere perfetto. In verità non era altro che un molestatore. Finalmente era giunto il giorno della mia vendetta. Finalmente avevo un motivo per poterlo prendere di petto e sputargli addosso tutto il mio ventennale veleno. La mia rabbia era giunta ad un tale livello che mi scagliai con tutta la forza del ragazzo che ero. Lo presi per spalle e lo scaraventai addosso alla sua preziosa libreria. Lui tentò di dire qualcosa, mentre i libri gli cadevano addosso, la mia rabbia era cieca e sorda. Cominciai ad insultarlo, presi la sua preziosa sedia e gliela scaraventai addosso sfasciandola. Mia sorella cercava di rallentarmi tenendomi per la cintura dei pantaloni, ma io volevo solo la mia vendetta. Mio padre sanguinante alzando la voce mi disse di calmarmi. Mia sorella inaspettatamente lo difendeva. Io pensavo solo a come ci aveva plagiato tutti, come la sua mente malata fosse li solo per il suo tornaconto personale, scoparsi la figlia! Presi uno degli oggetti pesanti sulla scrivania e la lanciai con tutta la forza che avevo. Mia madre intanto era rientrata e sentito l’innaturale baccano si precipitò verso il marito, padre, insegnante. Il mio oggetto roteando nell’aria prese la direzione della testa della mia ingenua madre. E poi accadde…
Una luce blu, azzurro opaca, si irradiò per tutta la stanza e oltre. Come in un sogno ogni cosa da prima rallentò, poi lentamente si fermò nell’aria. Io non capivo. Solo io e mio padre ne eravamo magicamente esclusi. Alberi, vento, auto, cani, gatti, uccelli, persone, mia sorella, mia madre, tutto era bloccato in uno stato di cose che non sapevo potesse esistere. Mio padre aveva fermato il tempo.

Quello che ricordo è un dolore forte alla base della nuca…
Mi risvegliai due ore dopo nel letto della mia stanza. Mia madre con un bel sorriso largo mi prese le mani e mi disse come stavo. Io come riavutomi da un brutto sogno cercai farfugliando ed ancora agitato di dirle quello che era successo. Lei mi baciò in fronte e piegata su di me disse con voce leggera che mia sorella soffriva da mesi di una sconosciuta forma di vaginite acuta. Nessun medico riusciva a capire bene la sua origine, ne tanto meno formulare una possibile cura. Mia sorella era una giovane donna intimidita, ma acconsentì a farsi curare da lui. Tuo padre – mi disse – cerca semplicemente e quotidianamente con alcuni intrugli mistico/magici trovati nei suoi libri, di fermare questo processo e sembra a tutt’ora che funzioni.
È chiaro che a quel punto mi sentii svenire.
Restai nella mia camera per il resto della giornata e della notte che passai insonne. Al mattino quando mi svegliai per andare a scuola mio padre era sull’uscio di casa che mi aspettava. Aveva una benda sulla fronte a coprire il profondo taglio che gli avevo procurato. Gli dissi se gli faceva male e lui rispose sorridendo: certo che fa male, era una sedia vecchia di due secoli. Poi entrambi scoppiammo a ridere e ci abbracciammo. Quel giorno e per i due giorni successivi niente scuola, andammo in montagna.
Non volle nulla da me. Mi mostrò quello che poteva e sapeva fare, lontano da occhi indiscreti. Quel giorno seppi per la prima volta che mio padre era un Kwisatz Haderach. Fatico ancora oggi a capirne tutti gli aspetti anche perché, per dirle tutta, io non ho il suo dono, ma lo avrà mio figlio.
Il resto è troppo strano e personale perché se ne parlarli ora. Non dico che non possa succedere in futuro. Il mio strano, bizzarro e serioso genitore da quel giorno cambiò radicalmente il suo atteggiamento con me. Non dico che fosse più docile, i suoi indovinelli, i rebus, le cacce al tesoro, gli stati di attenzione e le novità non mancarono mai finché vissi in casa con loro. Avevo, anzi, avevamo capito una cosa preziosa. Mentre io covavo dentro me il non espresso, il non dire le cose, il non parlare dei miei turbamenti. Anche per mio padre i suoi segreti lo limitavano, a volte la sua sofferenza nei miei confronti rendeva vano il suo lavoro. Già, chissà che lavoro ha mai fatto… ma confido che mio figlio un giorno, se potrà farlo, me ne possa parlare.

J.J.J. Trevor