Il termine
deriva originariamente dall'ebraico (קְפִיצַת הַדֶּרֶךְ,
probabilmente originariamente Qəp̄îṣáṯ hadDéreḵ, ebraico standard Qəfiẓat haDéreḫ, comunemente Kfitzat haDérech) e letteralmente
significa "salto nel cammino", una forma ebraica arcaica dell'equivalente
espressione "scorciatoia".
Tutto
ciò che sono lo debbo a lui. Non solo perché era mio padre ma perché tutto
quello che mi ha insegnato o dovrei dire, tutto quello che ho sopportato, ha
risvegliato realmente parti di me che, poi col tempo capii, nessuno in una vita
impara. Lo amavo? È un sentimento controverso che ha fatto fatica a decollare.
Per il momento risponderò che era mio padre e questo basti.
La sua
vita si svolgeva prevalentemente nel suo studio. Non aveva un vero lavoro, non
come i genitori dei miei amici. Non tornava stanco la sera e non si metteva
davanti alla tv con una birra in mano. Però ci sono stati anni bui in cui lo
desiderai molto. La sciatteria e la “normalità” di alcune persone le vedevo
come la vita reale. Mentre mio padre era l’uomo che era, perfetto. Per molti
anni imparai ad odiarlo. Si, l’odio è una strana emozione. Come dicono i poeti
“di rode dall’interno”, però per alcune persone può essere un buon carburante,
se nel tuo motore i pistoni faticano a fare su e giù.
Mia
madre lo amava con la A
maiuscola. Diceva spesso che donna fortunata fosse, perché non solo ai suoi
occhi mio padre era un santo, ma perché si amavano di un Amore esclusivo ed
intenso che non aveva uguali; almeno non nel nostro quartiere. Mia madre dopo
aver aspettato che noi figli crescessimo un po’, decise di tornare al lavoro.
Era una semplice segretaria, ma quel lavoro la rendeva felice. Non poteva chiedere
di più alla sua fortuna, questa era una frase che le sentivamo dire spesso. Noi
figli non conoscendo ancora la vita, ci sembrava che nostra madre esagerasse,
ai nostri occhi tutta questa meraviglia non era affatto evidente. Soprattutto
perché dovevamo vivere con lui.
Io e mia
sorella non eravamo bambini disobbedienti. In nostri capricci per quel che
posso ricordare non erano frequenti. Viva Dio, eravamo bambini. Però per nostro
padre le cose non erano mai come sembravano. A volte eri premiato per aver combinato
un guaio, a volte venivi mandato a letto senza cena perché avevi sgobbato tutto
il giorno su un lavoro da lui assegnato. È ovvio che con mia sorella si
comportasse in modo diverso. Era due anni più giovane di me ed era femmina. Era
un padre padrone, ma non era metodico. Non ti insegnava che ci fosse un giusto
modo di fare le cose, ma quando ti diceva di farle, tu sapevi che se avessi
messo del tuo, sarebbero stati dolori. Non vorrei essere frainteso, non parlo
di punizioni fisiche. Che io ricordi non l’ho mai visto alzare un dito ne con
noi, ne con mia madre.
Quando
tu non eseguivi i suoi precisi ordini, tutto il suo atteggiamento verso di te
cambiava. Con noi, anche se arrabbiato urlava di rado. Lo so mi rendo conto che
detto così, non da l’impressione che io stia descrivendo un dittatore, ma per
certi aspetti lo era. Era un pacato e calmo padrone. È impossibile volergli
male: primo, perché era mio padre, secondo, perché i sui insegnamenti adesso
che ho un età certa, mi tornano utili e vitali.
Vorrei
ora descrivere qualche esempio, per come me li ricordo.
Come già
detto, mio padre viveva il più del suo tempo dentro il suo studio. Questo non
faceva di lui un pigro, anzi, dedicava alcune ore al giorno al suo corpo, corsa
e pesi. La regola, se di regola si può parlare, perché è più da intendere come
un tacito accordo, era che se la porta era chiusa nessuno sarebbe entrato a
disturbarlo. Se si avevano domande impellenti occorreva prendersi il tempo
giusto per pensare e chiedersi: lo posso davvero disturbare per questa cosa?
Questo valeva per noi figli come per mia madre, che a volte la trovavi diritta
davanti alla sua porta di legno di noce a giocare con le dita sugli interstizi.
A volte bussava, altre risolveva da sola. Per quel che mi riguarda fino agli
undici anni bussai anche per le cose più futili, poi capii e non bussai più,
nemmeno quando della musica indiana o tibetana sembrava che dicesse che si
stava rilassando. Altro discorso invece se la porta era aperta o semi aperta.
Il suo studio era grande e luminoso, una libreria immensa, fatta anche di libri
rari ed antichi. Una bella ed elegante scrivania ed una poltrona del fine
ottocento francese che faceva rifoderare ogni anno di un velluto rosso. Io e
mia sorella la chiamavamo la sedia del Papa. Se dovessi dire quale fosse il
lavoro di mio padre, direi che dava consigli. Non disdegnava però ne l’orto, ne
il giardino. Era indubbio che noi avessimo le più belle e sane rose di tutta la
città. Insomma sapeva lavorare. A chi desse consigli è difficile da dire, credo
che anche mia madre non ne sapesse poi molto. Veniva per lo più gente semplice,
ma non erano rari i casi in cui auto diplomatiche facessero capolino nel nostro
vialetto. Una volta mia sorella, io ero a scuola, disse che il presidente era
venuto a casa nostra. Per anni pensai ad una balla, adesso penso che potrebbe
anche essere successo. Insomma, riceveva uno stipendio da qualcuno, ma non
saprei dire da chi o quale ente. Io so solo che non gli ho mai visto prendere
soldi da qualcuno che fosse venuto per un “consulto”, anzi spesso ne elargiva.
Nello stesso tempo non posso dire che non
fosse un padre padrone. I suoi “metodi” e i suoi ordini non potevano essere non
eseguiti alla lettera, questo per me era frustrante, tanto da non volermi più
risvegliare al mattino. Sono sempre stato uno scolaro mediocre, non molto
interessato, ma neanche così svogliato da non prendere almeno voti sufficienti.
Voti che mio padre non commentava quasi mai. Successe però intorno ai
quattordici anni che su tutte le materie non un voto risultasse positivo. Lui
mi prese un pomeriggio di sabato e mi fece vedere come doveva essere tagliata
la legna per il camino. Anche se io insistetti che dovevo studiare per un esame
imminente, lui non sentiva ragioni. Ogni ciocco in tre parti uguali! Non avrei
dovuto spaccare se non fossi stato sicuro della perfezione. Ne mise tre li di
fianco a modo che mi ispirassi. I primi passarono lenti, sapevo bene che i suoi
ordini non potevano essere interpretati. Poi la mano, il braccio, le gambe.
Quando un poco per volta il corpo iniziò a dolermi, cominciai a spaccare di
malavoglia. Lui guardò il lavoro fatto senza dire una parola. Quella sera non
cenai e non feci colazione al mattino seguente. Oltre ai muscoli indolenziti
avevo anche lo stomaco che brontolava, ma tornai al mio lavoro. Mio padre
intanto aveva esposto un cartello fuori dalla nostra casa in cui invitava il
quartiere a portare la legna grossa, dicendo che io me ne sarei occupato,
gratis. Credo che quello sia stato il weekend in cui lo odiai di più. La mia
rabbia verso di lui e me stesso mi rese però un provetto boscaiolo e all’ora di
cena avevo finito e spaccato come lui voleva anche tutta la legna del
quartiere. Quando il lunedì tornai a scuola i miei compagni mi vedevano come un
eroe. Invece di andare con loro a giocare, avevo usato il tempo per fare un
lavoro da adulto. Questo mi diede una forza ed una carica emotiva senza
precedenti, alla fine dell’anno non ebbi che voti splendidi. Quando tornai sui
libri per il mio esame trovai un metodo veloce e preciso per ricordarmi quello
che avrei dovuto dire all’insegnante. Presi il voto più alto della classe.
Mio padre non era crudele solo nelle
situazioni da risolvere, ma anche in quelle opposte. Un’estate io e mia sorella
giocando con troppa veemenza decapitammo una delle sue statue elleniche del
giardino. Lui ci punì facendoci trovare per cena una torta alla panna a testa.
Io tenni duro fino alla fine, mia sorella vomitò sulla poca torta restata nel
suo piatto. Credo che volesse insegnarci che non tutti i piaceri restano tali
fino alla fine.
Mia madre non era sempre divertita dei
metodi del marito, ma sapeva che ogni gesto ed ogni “violenza” erano
finalizzati alla nostra istruzione. Solo un occhio miope o non evoluto, diceva
mia madre, crederebbe che si tratti di sola ripicca di un padre verso un
figlio. Però anche lei si trovò qualche volta in difficoltà. Forse anche mia
madre come noi, era istruita, a modo suo, a livelli diversi, ma istruita.
Ricordo un inverno rigido in cui mia sorella
giocava in giardino con le sue amiche a lanciarsi grosse palle di neve. Una
forse ne conteneva dei sassi, fatto sta, che l’arcata sopraciliare di mia
sorella iniziò a sanguinare copiosamente. La fotografia era questa: mia madre
molto agitata davanti la porta chiusa dello studio di mio padre, con mia
sorella di fianco con un enorme asciugamano legato alla meno peggio che le
copriva tutto il capo. Quando mi vide sulle scale mi guardò ed io le dissi:
portiamola al pronto soccorso! Mia madre pendeva per molte cose dalle
istruzioni di mio padre, ma era evidente che in quel caso non doveva pensare
altro che fare la mamma. All’ospedale seduti in attesa che ricucissero la mia
sorellina, mia madre mi strinse forte e mi disse che avevo proprio gli occhi e
la forza di mio padre. Spero un giorno sarai come lui, mi disse fra le lacrime.
Io che per il più del tempo mio padre lo
odiavo, pensai che la mia dolce mamma non fosse altro che una donnina succube
di un uomo malvagio. Mio padre ti portava in mondi assurdi e a tratti sconvolgenti.
Quello che per lui era insegnamento per me era follia. Un giorno intorno ai
diciassette anni mi chiese quale strada facessi per andare a scuola ed io che
conoscevo il mio pollo, gli recitai in ordine tutte le strade e gli incroci. Al
che lui mi disse: ma se volessi potresti fare una strada diversa per arrivarci
o per tornare a casa? Capii subito dove voleva andare a parare, ogni azione
ripetitiva è una azione che col tempo diventa tossica. Anche la più semplice. Gli
dissi con astio e provocazione, che l’unico modo sarebbe stato quello di
passare per i giardini dei vicini. Al che lui mi impose che per la settimana
successiva non avrei fatto la strada due volte nello stesso modo. Così mi
ritrovai non solo a calpestare le aiuole dei vicini, ma a farmi rincorrere dai
loro bavosi cani e per finire l’ultimo giorno dovetti per rispettare i suoi
ordini tornarmene a casa camminando all’incontrario tra le giuste risate dei
miei compagni. Quando arrivai nel nostro vialetto mio padre era li fuori a
controllare se davvero avessi fatto tutto. Mi prese lo zaino e mi disse: questo
te lo porto in casa io, credo che tu abbia visite. Quando mi voltai verso la
strada vidi che la più bella ragazza della scuola era li che mi guardava e mi
faceva cenno di andare verso di lei. Fu la mia prima ragazza e il mio amore più
bello, in fondo il primo lo è sempre. Quel mio essere così diverso e originale,
l’aveva tanto colpita che non riuscì a non innamorarsi di me; quello mi era
venuta a dire.
Questo era mio padre un bastardo e fottuto
figlio di puttana, per dirlo come nei film americani, alla fine aveva sempre
ragione lui. Ed era questo che poi imparai ad odiare davvero, non la sua
persona, ma il suo modo di stare al mondo. Tutta la mia rabbia non espressa un
giorno esplose con un tale boato che vidi una parte di mio padre che non avrei
mai sospettato potesse avere. Io passavo un periodo di pigrizia stanca. Tutto
quello che mi tenevo dentro e che non confidavo a nessuno, si ripercuoteva
inevitabilmente in uno stato di non fare.
Erano già diversi giorni che mio padre si
appartava con mia sorella che a quel tempo avrà avuto diciotto anni. Succedeva
di pomeriggio quando mia madre era al lavoro. Da prima pensai che fosse uno dei
suoi soliti insegnamenti e a ben vedere, meglio lei che me. Ma intuivo che
c’era qualcosa di strano, perché non mi volevano in casa quando questo
succedeva. Mio padre ad esempio mi diceva di andare a fargli delle commissioni
per degli oggetti che non usava o per comperarne altri di cui aveva già in
abbondanza. Un giorno finsi e facendo semplicemente il giro della casa,
rientrai. Li scoprii nello studio di mio padre. Mia sorella era seduta sulla
scrivania a gambe aperte e senza slip. Mio padre era seduto sulla sua preziosa
poltrona con la testa fra le sue cosce. Era tutta la vita che aspettavo
quell’occasione. L’uomo perfetto. Il marito perfetto. Il consigliere perfetto.
In verità non era altro che un molestatore. Finalmente era giunto il giorno
della mia vendetta. Finalmente avevo un motivo per poterlo prendere di petto e
sputargli addosso tutto il mio ventennale veleno. La mia rabbia era giunta ad
un tale livello che mi scagliai con tutta la forza del ragazzo che ero. Lo
presi per spalle e lo scaraventai addosso alla sua preziosa libreria. Lui tentò
di dire qualcosa, mentre i libri gli cadevano addosso, la mia rabbia era cieca
e sorda. Cominciai ad insultarlo, presi la sua preziosa sedia e gliela
scaraventai addosso sfasciandola. Mia sorella cercava di rallentarmi tenendomi
per la cintura dei pantaloni, ma io volevo solo la mia vendetta. Mio padre
sanguinante alzando la voce mi disse di calmarmi. Mia sorella inaspettatamente
lo difendeva. Io pensavo solo a come ci aveva plagiato tutti, come la sua mente
malata fosse li solo per il suo tornaconto personale, scoparsi la figlia! Presi
uno degli oggetti pesanti sulla scrivania e la lanciai con tutta la forza che
avevo. Mia madre intanto era rientrata e sentito l’innaturale baccano si
precipitò verso il marito, padre, insegnante. Il mio oggetto roteando nell’aria
prese la direzione della testa della mia ingenua madre. E poi accadde…
Una luce blu, azzurro opaca, si irradiò per
tutta la stanza e oltre. Come in un sogno ogni cosa da prima rallentò, poi
lentamente si fermò nell’aria. Io non capivo. Solo io e mio padre ne eravamo magicamente
esclusi. Alberi, vento, auto, cani, gatti, uccelli, persone, mia sorella, mia
madre, tutto era bloccato in uno stato di cose che non sapevo potesse esistere.
Mio padre aveva fermato il tempo.
Quello che ricordo è un dolore forte alla
base della nuca…
Mi risvegliai due ore dopo nel letto della
mia stanza. Mia madre con un bel sorriso largo mi prese le mani e mi disse come
stavo. Io come riavutomi da un brutto sogno cercai farfugliando ed ancora
agitato di dirle quello che era successo. Lei mi baciò in fronte e piegata su
di me disse con voce leggera che mia sorella soffriva da mesi di una
sconosciuta forma di vaginite acuta. Nessun medico riusciva a capire bene la
sua origine, ne tanto meno formulare una possibile cura. Mia sorella era una
giovane donna intimidita, ma acconsentì a farsi curare da lui. Tuo padre – mi
disse – cerca semplicemente e quotidianamente con alcuni intrugli
mistico/magici trovati nei suoi libri, di fermare questo processo e sembra a
tutt’ora che funzioni.
È chiaro che a quel punto mi sentii svenire.
Restai nella mia camera per il resto della
giornata e della notte che passai insonne. Al mattino quando mi svegliai per
andare a scuola mio padre era sull’uscio di casa che mi aspettava. Aveva una
benda sulla fronte a coprire il profondo taglio che gli avevo procurato. Gli
dissi se gli faceva male e lui rispose sorridendo: certo che fa male, era una
sedia vecchia di due secoli. Poi entrambi scoppiammo a ridere e ci
abbracciammo. Quel giorno e per i due giorni successivi niente scuola, andammo
in montagna.
Non volle nulla da me. Mi mostrò quello che
poteva e sapeva fare, lontano da occhi indiscreti. Quel giorno seppi per la
prima volta che mio padre era un Kwisatz Haderach. Fatico ancora oggi a capirne
tutti gli aspetti anche perché, per dirle tutta, io non ho il suo dono, ma lo
avrà mio figlio.
Il resto è troppo strano e personale perché se
ne parlarli ora. Non dico che non possa succedere in futuro. Il mio strano,
bizzarro e serioso genitore da quel giorno cambiò radicalmente il suo
atteggiamento con me. Non dico che fosse più docile, i suoi indovinelli, i
rebus, le cacce al tesoro, gli stati di attenzione e le novità non mancarono
mai finché vissi in casa con loro. Avevo, anzi, avevamo capito una cosa
preziosa. Mentre io covavo dentro me il non espresso, il non dire le cose, il
non parlare dei miei turbamenti. Anche per mio padre i suoi segreti lo
limitavano, a volte la sua sofferenza nei miei confronti rendeva vano il suo
lavoro. Già, chissà che lavoro ha mai fatto… ma confido che mio figlio un giorno,
se potrà farlo, me ne possa parlare.
J.J.J. Trevor