martedì 27 gennaio 2015

Per Mano

Il ricordo più lontano che ho da bambino è la mano di mio padre che stringe 
la mia. Camminavamo in cerca di una qualche forma di fortuna. Oggi sono un 
uomo di trent’anni, stringo la mano di mio figlio e continuo a camminare.
Io non conosco molto il mondo, a malapena so leggere perché portarsi dietro 
dei libri costa fatica. Mia moglie è morta l’anno scorso di questo periodo, sono 
molti quelli che se ne vanno in inverno. Per lo più vecchi e bambini, ti basta 
essere più debole del solito per andare incontro ai tuoi peccati.
Già, ... i peccati degli uomini. Uno dei pochi libri che ho letto con interesse 
parla di uno strano uomo, un rabbi, che in un momento della sua vita parlò 
alla gente con parole di fuoco. Disse ai deboli che dovevano svegliarsi e fare 
qualcosa per pretendere una vita decente ed ai forti che se non avessero 
smesso con le loro umiliazioni, alla fine, davanti allo spirito di suo padre 
avrebbero rimesso tutti i loro peccati.
Già, ... i peccati degli uomini. È fin da bambino che mi chiedo quali peccati 
possa mai io aver commesso per meritare di vivere in questo modo. 
Perdendo, strada facendo genitori, amici ed amori. E poi mi chiedo che 
peccati mai potrà fare mio figlio nella sua vita, attraverso il suo misero 
trascinarsi. È vero anche che se noi siamo i deboli, forse saremo benvisti 
davanti allo spirito del padre del rabbi. Forse qualcuno che vive i mondi sottili 
di noi avrà clemenza...
La mia vita è sempre stata sulla strada. Si viaggia in silenzio o sottovoce 
per non far avvicinare gli animali feroci, che potrebbero attaccarci in ogni 
momento. Il cibo è sempre poco. Per lo più si ripercorrono le stesse strade, 
gli stessi fruttetti o gli stessi boschi per la sempre stessa selvaggina. Qualche 
volta arriviamo al mare, però di pesci non se ne vedono. Esiste qualcuno che 
sa usare una barca e sa spingersi molto lontano. È successo che ho mangiato 
dei pesci, mi ricordo del loro strano sapore. Ognuno di noi possiede una 
borraccia, anche se spesso vuota. I fiumi che incontriamo non vanno bene 
per gli umani, a volte anche gli animali non bevono l’acqua. A noi tocca 
aspettare che piove, e per fortuna lo fa abbastanza spesso. È possibile però 
incontrare persone fare degli scambi: vestiti, scarpe, mappe e libri in cambio 
di cibo o vecchi utensili. 
Si sopravvive. Questo conta. 
Però so’ che può esistere un’altra vita. Mio padre me ne parlava spesso. La 
mia e la vita di mio figlio sono legate ad un gruppo di persone che diminuisce 
di anno in anno. A tratti arriva gente nuova, a tratti si prendono strade 
diverse. Ognuno tenta il suo percorso quando può, o quando si sente, a 
volte non ritornano più. Viaggiare assieme è un buon sistema per aiutarsi 
reciprocamente anche se l’unico momento in cui si può socializzare davvero 
è la sera quando si crea un campo e si accende un fuoco. Si incontrano 
spesso sulla strada altre persone, per lo più disperati come noi. A volte 
qualcuno parla lingue strane ed è interessate sentirne il suono, ci si intende 
sempre, ci si aiuta sempre. Purtroppo sempre più raramente si incontrano 
dei musicanti: chitarristi, flautisti, percussionisti, fisarmonicisti. È incredibile 
che potere abbia la musica su di noi, sulle persone. E come stai bene quando 
ne hai sentita un po’. Non che non esistano gruppi di barbari che vogliono 
solo distruggere ed ammazzare. Qualcuno di loro è anche cannibale, ma non 
voglio scrivere di questo. Nel nostro gruppo c’è una ragazzina di dieci anni 
come mio figlio, ho già notato che si guardano e che giocano spesso assieme. 
Per me è stato così con mia moglie. Viaggiando non puoi fare molte scelte, 
ma se non si hanno pretese, puoi vivere bene accanto a qualcuno. Non so 
cosa sia l’amore dei poeti, ma so di aver amato mia moglie. Ma neanche di 
questo voglio scrivere.
Però voglio farlo. Mi sono reso conto solo pochi giorni fa che sono sempre 
più rare le persone che lo sanno fare. Da questa sera ho deciso che scriverò. 
Non un diario, mi porterebbe via troppo tempo e le nostre vite così lente e 
silenziose non hanno poi molto da offrire. No, vorrei scrivere del prima. Ho 
bisogno di mettere in poca carta, cercando nella mia memoria, quello che mio 
padre mi ha raccontato del suo tempo. Ieri in una vecchia casa abbandonata 
abbiamo trovato tra le macerie delle matite e dei fogli di carta. È stata questa 
la rivelazione che mi ha spinto a iniziare questo mio racconto. Ma non voglio 
essere disonesto, lo faccio anche perché spero che questo mio scrivere possa 
portarmi più vicino al grande spirito del padre del rabbi. 
Stamane i vecchi vedendomi sorpreso della mia nuova scoperta mi hanno 
guardato di traverso, come per dire: lascia stare quelle porcherie, cerca cibo, 
cerca cibo. Ma nel pomeriggio si sono ricreduti quando ho dato ai loro figli 
alcuni fogli e poche matite. La tristezza per alcune ore ha abbandonato il 
campo ed ho sentito nettamente delle filastrocche cantate dalle madri ai loro 
bambini. Se una sola matita ha fatto tanto, che potrà mai accadere quando 
qualcuno leggerà tutto questo?
Mio padre morì per strada a sessantaquattro anni per problemi polmonari. 
È un’età molto difficile da raggiungere in questo nostro tempo. Ma mio 
padre era nato quando il mondo era diverso. Scrivo diverso, perché non 
era migliore, era solamente un posto alla portata di tutti. Tutti potevano se 
avevano delle qualità, diventare qualcosa per se stessi e per la società. Tutti 
leggevano e scrivevano, e chiunque in questa parte di pianeta, possedeva 
una casa. Persino i cani passeggiavano con un vestito. La casa era un 
luogo magico. Ogni persona del nucleo famigliare possedeva una stanza 
con all’interno le proprie cose. Non solo un letto comodo e dei vestiti, ma 
ciascuno poteva arricchire il suo spazio come meglio credeva. Ad esempio 
nella stanza di mio padre da giovane, spiccavano alle pareti delle grandi 
fotografie di persone famose, di musicisti, o almeno famose e speciali per mio 
padre. Perché nel suo tempo tutti potevano avere desideri ed interessi diversi 
da qualsiasi altra persona. Mio padre parlava spesso di libertà. Sinceramente 
non ho mai capito a cosa si riferisse nello specifico, ma credo che io e mio 
figlio, e tutta la gente con cui marciamo, per molti aspetti lo siamo.
Deve essere stato bello impiegare il proprio tempo in un lavoro. Mio padre 
diceva che ne esistevano di svariati. Quelli però migliori erano fatti col 
cuore. Fare un lavoro con passione era la massima espressione della libertà 
individuale. Ma anche la socialità era importante, anche le regole o le leggi. 
Mio padre diceva sempre che il più debole deve sempre essere difeso ed 
accudito. Non importa che pelle abbia e che lingua parli. Se noi amiamo le 
persone indistintamente, loro non potranno fare altro che amare le persone 
che si sono occupate di loro. Una società che si basa sullo scambio reciproco 
delle merci e degli affari, non può lasciare fuori l’amore. Lo scambio d’amore 
è un buon affare per tutti. Porta benessere, cultura, bellezza e felicità.
Ma furono proprio gli affari stipulati senza amore che ci portarono dove siamo 
oggi. 
Il resto di ciò che scriverò è un’immagine confusa. Io nacqui proprio il giorno 
della peste nera; così la definiva mia madre. Nei miei ricordi c’è solo la 
strada, la fame e la miseria. Mio padre però mi raccontò molto, era fiero 
del suo mondo imperfetto e fece di tutto per ritornarci. Si spense come un 
fuoco all’alba quando ha esaurito tutta la sua legna. Ricorderò sempre fin che 
campo le sue ultime parole.
Quando mio padre era piccolo il mondo funzionava così. 
Esistevano persone che grazie al loro lavoro erano utili per una parte della 
società. Per questo lavoro si percepivano dei soldi. Una sorta di credito 
sotto forma di banconota, con cui uno poteva fare degli acquisti per se e per 
gli altri. Ma se uno voleva ampliare i suoi orizzonti ed immaginare un futuro 
altro, aveva bisogno di un preciso aiuto. Se per caso tu volevi comperare 
una casa, non erano sufficienti i pochi soldi guadagnati in una settimana o in 
un mese. Erano utili per il vivere giornaliero: cibo, vestiti, medicine. In caso 
contrario si doveva andare in un preciso luogo definito banca, in cui persone 
molto sapienti, decidevano se tu eri meritevole oppure no, di possedere 
qualcosa di tuo. Così capitava che loro, la banca, anticipava quei soldi per te 
e tu ti ritrovavi di volta in volta, per decenni, a dare loro una parte delle tue 
entrate economiche. Un giorno da vecchio quello che avevi immaginato era 
tuo e solo tuo, per il resto dei tuoi giorni. 
A quel tempo, il mondo, intendo l’intero pianeta, era diviso in due. Quelli che 
producevano denaro col proprio lavoro e quelli che abusavano del denaro 
altrui per arricchirsi senza produrre niente. Questo funzionò per un tempo 
imprecisato fino a quando il lavoro, lo scambio tra i popoli più disparati, cessò 
drasticamente. Il lavoro non era più tuo, la casa non era più tua, la tua vita 
non era più tua. Tutto tornò di prepotenza alle banche. Ma quei saggi uomini 
non avendo mai lavorato in vita loro, non riuscirono a vedere che la società 
stava andando in pezzi. Dalle loro altezze nulla era cambiato, perché come 
dicevano loro: il denaro si fa col denaro. Quando anche l’ultima banconota 
uscì dall’ultimo cavò, una gran parte della gente non poté fare altro che 
mettersi in cammino. Dapprima elemosinando, poi re-imparando a vivere 
il più dignitosamente possibile. Mio padre fu uno di quelli che ci insegnò a 
cacciare e a costruirci un riparo per la notte.
So per certo che esiste una parte del mondo che vive senza nessun 
problema. Hanno un gran potere, grandissime case, domestici e importanti 
dottori. Ma personalmente non ne ho mai incontrati.
Mio padre mi raccontò che qualcuno dei disperati si fece re. Si istituì una 
sorta di nuovo impero dei pezzenti. Trovarono le armi ed andarono a snidare 
banchiere per banchiere. Anche mio padre ci volle credere per un po’. Ma la 
guerra non risolve i problemi, è come il tempo, le amplifica. E spesso chi è 
determinato è ignorante. E spesso l’ignorante è anche stupido. E quando una 
persona stupida vuole governare su tutti, i dittatori dilagano come la febbre 
o la peste. La peste nera di cui parlava mia madre era la paura. Se hai paura 
pensi al tuo orto, se ne possiedi uno. Altrimenti ti fai furbo, che in una parola 
vuol dire: razzia. Non è il mondo che avrebbe voluto lasciarmi mio padre e 
non è di certo il mondo che vorrei lasciare al mio. Ma se ti nasce un figlio è 
già tanto, vuol dire che c’è una speranza. Una qualsiasi...
Di tanto in tanto qualcuno porta nuove storie, leggende. Si dice che esistano 
posti bellissimi, ricchi di acqua e cibo. Posti dove la gente ha imparato a 
vivere in pace, dove ognuno è sempre a disposizione dell’altro, perché non 
v’è lavoro migliore che l’amare il prossimo. A volte le sento anch’io queste 
storie. A volte piango. Non posso fare altro che immaginare ed a volte mi 
arrivano immagini di una bellezza sublime, tanto da farti venire il mal di testa. 
Ma poi ti resta la strada, e passo dopo passo, paese per paese e macerie per 
macerie, non vedi altro che polvere, miseria e dolore.
Finirà? È sicuro che finirà. La storia umana diceva mio padre è costellata di 
fermate e ripartite, di battaglie e di vittorie, di granai e di arsenali. Mi chiedo 
solo quando impareremo. Esisterà davvero un momento in cui tutto questo 
inutile dolore, sarà solo vivo nei ricordi o nelle parole scritte in qualche antico 
libro? Mio padre ci credeva, ha tenuto duro finché ha potuto, io credo di 
dover fare lo stesso. Ma mio figlio non ha conosciuto suo nonno. Non riuscirà 
mai ad immaginare un mondo diverso da questo. Mia madre una volta mi 
ha parlato di una canzone di quando era piccola. La canzone diceva: se non 
esistessero i fiori, riusciresti ad immaginarli? e se non esistessero i pesci 
riusciresti ad immaginarli?
Solo ora guardando mio figlio negli occhi mi rendo conto che non potrà mai 
immaginare il mondo dei suoi nonni. Da una parte mi consola perché ne 
potrà sempre immaginare uno migliore, ma ci riuscirà davvero? Io spero di 
si. Se siamo arrivati a questo punto, all’abisso dell’umanità, forse il mondo di 
mio padre e di suo padre, non doveva essere poi così speciale. Perché nella 
mia mente ho stampate le sue ultime parole: più tutto diventa inutile, più 
credi che sia vero e il giorno della fine non ti servirà l’inglese!
Io non so neanche che cosa sia un inglese, ma doveva essere un oggetto 
molto prezioso. Mio padre mi diceva che era utile per andare a visitare altri 
popoli ed altre civiltà. Spero che mio figlio un giorno ne costruisca uno e che 
possa essergli utile a migliorare questo suo nuovo mondo.

Trevor